Inquinamento

Plastica, la quantità di rifiuti è aumentata durante l’emergenza sanitaria

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La pandemia del coronavirus ha contribuito ad aumentare, sia direttamente che indirettamente, la quantità di rifiuti di plastica prodotti. Con il prezzo della plastica in calo per gli esperti è necessario trovare nuove soluzioni per risolvere il problema a livello globale.

La pandemia del coronavirus ha portato ad un aumento dell’utilizzo di rifiuti di plastica. Parte di questo aumento è dovuto alla necessità di produrre equipaggiamento sanitario protettivo quindi mascherine, guanti e camici, fondamentali per il personale sanitario in prima linee. Un’altra parte dell’aumento è dovuta alla reazione di un mondo non pronto all’emergenza che ha dovuto ad affrontare: alcuni paesi hanno dovuto sospendere o rimuovere i divieti sulle buste monouso nel timore che l’utilizzo di quelle riutilizzabili potesse contribuire alla diffusione del virus.

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Sebbene l’OMS raccomandi la produzione di mascherine per contenere la diffusione del virus, ad essere aumentata è la produzione di guanti in lattice e mascherine chirurgiche, realizzate con materiale non riciclabile.  Circa 13 milioni di tonnellate di plastica finiscono negli oceani ogni anno e secondo uno studio del 2019 entro il 2050 le manifatture di plastica saranno responsabili del 15% delle emissioni. La plastica mette a rischio l’ecosistema marino, perché si rompe in sottili frammenti chiamati microplastiche, ormai presenti negli ecosistemi di tutto il mondo. Secondo Ocean Conservancy circa 600 specie sono minacciate dalla presenza di queste microplastiche. David B. McGinty di Platform for Accelerating the Circular Economy crede che la pandemia abbia trasformato il materiale sanitario in oggetti tutti giorni ma che questo debba stimolare la ricerca di una soluzione: “Non pensavamo ci fosse un problema con le bottiglie di plastica fin quando non abbiamo realizzato di avere un problema con le bottiglie di plastica”.

La carenza di materiale protettivo potrebbe anche servire come slancio per volgersi a materiali riutilizzabili; il Ronald Reagan UCLA Medical Center ha risparmiato oltre un milione di dollari ed evitato la produzione di 297 tonnellate di rifiuti da quando ha deciso di utilizzare camici riutilizzabili.

Esistono anche dei progetti per ridurre l’impatto ambientale dei rifiuti prodotti da ospedali e cliniche come quello di Health Care Without Harm, che ha creato un kit per ridurre i rifiuti prodotti in ospedale. Carole Excell, direttrice delle Environmental Democracy Practice del World Research Institute sostiene di aver visto “segnali allarmanti” sul cambiamento dell’utilizzo delle plastiche monouso, accompagnati dalla carenza di politiche necessarie: “Pensiamo solamente alle conseguenze nel breve periodo, che può essere comprensibile, ma non quelle a lungo termine”. Con il prezzo della plastica vergine ai minimi storici Excell si chiede se possa esserci “un focus reale sull’utilizzo o sugli investimenti in materiali riciclabili

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Greenpeace ha avvertito della possibilità di “un disastro ecologico” in caso i governi dovessero imporre l’utilizzo delle plastiche monouso nei ristoranti e nei locali. Per Excell i paesi dovrebbero concentrarsi nella costruzione di impianti per il riciclo, un settore dove mancano gli investimenti: “Le persone sostengono che riciclare non sia la soluzione ma che il problema sia la produzione. In qualsiasi altro momento sarei stata d’accordo ma durante una pandemia è molto difficile sostenere che non sia necessario produrre la plastica di cui le persone hanno bisogno. Penso che nessun paese abbia compreso come investire nel settore del riciclo quindi almeno dovremmo essere in grado di raccogliere più plastica di quanto stiamo facendo ora. Ci sono modi per lavorare a cambiamenti nei comportamenti, fornendo guida e supporto per aiutare le persone a comprendere cosa possano fare. Tutti in questo periodo hanno scoperto come lavare le mani in un nuovo modo. Sarebbe cosi difficile dire ‘Lavate la vostra busta riciclabile e fatelo in questo modo?’. Penso che ci siano soluzioni semplici alle quali non stiamo pensando e che preferiremmo ripristinare le nostre vecchie abitudini”.

McGinty ha spiegato che la pandemia abbia mostrato i gap delle catene di produzione, sostenendo sia necessario trovare un equilibrio fra una produzione locale e globale: “Al momento il commercio internazionale manca delle politiche e dei regolamenti necessari per uno spostamento efficiente dei beni. Dobbiamo utilizzare la plastica più efficientemente mentre altri devono avere le giuste infrastrutture che assicurino che il materiale venga riutilizzato per garantirne il valore. Abbiamo bisogno di un approccio più intelligente alle plastiche e di aspettative realistiche che facciano combaciare le attese dei consumatori con le possibilità delle compagnie”. D’altro canto il riciclo è molto lontano dal raggiungere i suoi obiettivi: “E’ chiaro che in tutto il mondo le aspettative sul cosa possa essere riciclato e quello che viene attualmente riciclato non coincidano”.

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 Tuttavia, se per alcuni ci sono segnali di ottimismo come il fatto che la Commissione Europea stia portando avanti il suo divieto sulla plastica monouso nonostante la pressioni, per altri la crisi sembra essere inevitabile: “Vedremo un mare di rifiuti di plastica. Anche se questa ondata non dovesse essere sostenuta, la plastica di oggi  inquinerà il pianeta per decenni” ha spiegato Carroll Muffett del Center for International Environmental Law.

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