Plastica, anche nelle fosse oceaniche le creature marine ingeriscono microplastiche

Plastica. Ogni anno nel mondo vengono prodotte 396 milioni di tonnellate di plastica, di queste, circa 100 milioni di tonnellate vengono disperse per colpa della scorretta gestione della filiera (produzione, consumo riciclo e smaltimento).

Residui di plastica sono stati trovati praticamente ovunque nei mari e negli oceani.

Questi frammenti infatti, potendo raggiungere dimensioni microscopiche inferiori ai 5mm di diametro, costituiscono una fra le principali cause di morte per soffocamento di molti pesci ed uccelli marini poiché vengono scambiati per cibo.

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Come se questo non fosse sufficiente, una recente ricerca ha accertato la presenza massiccia di fibre in microplastica anche nell’apparato digerente degli anfipodi.

La nuova ricerca, comparsa su Royal Society Open Science, ha preso in esame degli anfidopi (piccoli crostacei simili a gamberetti che vivono nelle fosse oceaniche).

Nel 72% degli anfidopi studiati e in tutte le fosse prese in esame, sono state rintracciate microplastiche (minuscoli frammenti di plastica di misura inferiore ai 5 millimetri).
“Questo studio – scrivono gli autori – documenta l’ingestione di microplastiche alla maggiore profondità conosciuta, indicando come sia molto probabile che non esistano ambienti marini immuni dall’impatto dell’inquinamento da plastica”.
“Una singola fibra  – ha osservato l’autore della ricerca, Alan Jamieson – è sufficiente a minacciare la salute di un anfipodo perché è piuttosto grande in proporzione alle dimensioni dell’animale. Ci sono qualcosa come 51 triliardi di pezzi di plastica nei mari e il 90% di questa plastica è microscopica”.

Per gli scienziati, si tratta di una sorta di “zuppa” di plastica.
Uno studio pubblicato lo scorso dicembre ipotizza che alcune parti di questa “zuppa” stiano finendo in fondo all’oceano creando dei depositi di plastica.

In quell’occasione alcuni scienziati interpellati da National Geographic sottolineavano come ricreare la forte pressione presente in fondo all’oceano in laboratorio sia estremamente difficile e che pertanto è complicato anche comprendere i reali effetti della plastica sulle creature che vivono in questi ambienti estremi.

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Lo studio:

Sotto la guida di un gruppo che fa base nel Regno Unito, gli scienziati hanno preso in esame cinque diverse fosse del Pacifico occidentale e un’altra posizionata al largo della costa occidentale dell’America del Sud.

I campioni raccolti alla maggiore profondità sono stati raccolti dalla Fossa delle Marianne, a circa 9.700 metri sotto il livello del mare.
Per evitare di contaminare, anche solo per sbaglio le interiora degli animali, i ricercatori hanno predisposto delle trappole con delle esche confezionate accuratamente.
Una volta prelevati i campioni, hanno studiato l’intestino crasso, la parte più interna dell’apparato digerente degli animali.

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I risultati degli esami:

Nessuna fossa era priva di frammenti e oltre l’80% degli anfipodi ne conteneva al suo interno.

Il numero di fibre scoperte era inoltre proporzionale alla profondità delle fosse.
Il 66% della plastica che hanno individuato era composta da fibre blu, ma erano presenti anche frammenti di colore nero, rosso, viola e rosa.
Quando le hanno sottoposte ad analisi hanno accertato che le fibre erano dello stesso tipo di quelle usate in alcuni tessuti e lo studio ipotizza che siano finite in mare in seguito al lavaggio di indumenti in lavatrice.

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