PLASTICA, I RISCHI PER LE SPECIE SELVATICHE. DATI REPORT WWF 2018

Plastica.  Oltre il 90% dei danni provocati dai nostri rifiuti alla fauna selvatica marina è dovuto alla plastica. A livello globale, sono circa 700 le specie marine minacciate dalla plastica, di queste il 17% è elencato come “minacciato” o “in pericolo critico” di estinzione da IUCN, tra cui la foca monaca delle Hawaii, la tartaruga Caretta caretta e la berta grigia46. Intrappolamento, ingestione, contaminazione e trasporto di specie aliene sono i modi principali con cui la plastica mette a rischio le specie in mare.

TRAPPOLE MORTALI.  Funi e reti da pesca abbandonate, ma anche lacci ad anello e imballaggi, si aggrovigliano intorno agli animali intrappolandoli e in alcuni casi costringendone parti del corpo. Globalmente 344 specie sono state trovate intrappolate nella plastica. Nel Mediterraneo le vittime principali sono: uccelli (35%), pesci (27%), invertebrati (20%), mammiferi marini (13%) e rettili (tartarughe marine)49. Queste plastiche possono causare ferite, lesioni, deformità (anche durante la crescita) e impossibilità a muoversi per fuggire dai predatori, nuotare e alimentarsi, con conseguenze quasi sempre fatali: gli animali muoiono per fame, annegamento o perché diventano facili prede50. In generale, tutta l’attrezzatura da pesca abbandonata, persa o dismessa in mare (funi, reti, trappole) causa danni alla fauna selvatica, intrappolando e uccidendo pesci e altri animali marini – fenomeno conosciuto come “pesca fantasma”. Anche la rarissima foca monaca è tra le sue vittime.

CIBO “SPAZZATURA”.  Le specie marine ingeriscono plastica intenzionalmente, accidentalmente o in maniera indiretta, nutrendosi di prede che a loro volta avevano mangiato plastica. Nel Mar Mediterraneo 134 specie sono vittime di ingestione di plastica, tra cui 60 specie di pesci, le 3 specie di tartarughe marine, 9 specie di uccelli marini e 5 specie di mammiferi marini (capodoglio, balenottera comune, tursiope, grampo e stenella striata). Oggi, il 90% degli uccelli marini ha nello stomaco dei frammenti di plastica (nel 1960 erano il 5%) e saranno il 99% nel 2050 se non si riuscirà a ridurre l’afflusso di questo materiale nei mari. Fibre e microplastiche sono state rinvenute in ostriche e cozze, mentre in grandi pesci pelagici sono stati ritrovati involucri di patatine e di sigarette. Il caso più estremo: 9 metri di fune, 4,5 metri di tubo flessibile, 2 vasi da fiori e diversi teli di plastica sono stati trovati nello stomaco di un capodoglio spiaggiato.

Le conseguenze dovute all’ingestione di plastica, soprattutto se di grandi dimensioni, vanno dalla riduzione della capacità dello stomaco e quindi del senso di fame, con successiva riduzione dell’accumulo di grasso (fondamentale per tutti gli animali che affrontano lunghe migrazioni) fino a blocchi intestinali, ulcere, necrosi, perforazioni e lesioni. Tutti questi effetti portano quasi sempre alla morte dell’animale. Tutte le specie di tartarughe marine presenti nel Mediterraneo presentano plastica nello stomaco. Uno studio durato 10 anni sulla Caretta caretta ha mostrato che il 35% degli esemplari analizzati aveva ingerito rifiuti costituiti nella quasi totalità da plastica. In alcuni esemplari sono stati trovati fino a 150 frammenti di plastica. Il 18% dei tonni e pesci spada nel sud del Mediterraneo presenta rifiuti di plastica nello stomaco, così come il 17% degli squali boccanera delle isole Baleari, soprattutto cellophane e PET. Anche animali più piccoli, come le cozze  e il granchio comune, ma anche la triglia di fango e la sogliola, che si nutrono sui fondali, possono essere grandi accumulatori di microplastiche.

Uno studio recente ha rilevato come nelle cozze e nelle ostriche, provenienti da acquacoltura, siano presenti concentrazioni di microplastiche tali che il consumatore medio europeo di molluschi può arrivare ad assumere fino a 11.000 microplastiche l’anno. Gli effetti sulla salute dovuti all’esposizione umana alle microplastiche non sono però ancora noti⁶¹. La plastica ha raggiunto anche il mondo dell’infinitamente piccolo. Lo zooplancton (l’insieme dei piccoli organismi animali alla base della catena alimentare marina) si nutre involontariamente anche di frammenti di plastica più piccoli di 1 mm. Questi possono contenere sostanze tossiche: ingerendole lo zooplancton le trasmette a tutti gli organismi che di esso si nutrono, arrivando fino a noi.

PERCHÈ GLI ANIMALI SCAMBIANO LA PLASTICA PER CIBO? Gli uccelli marini scelgono il cibo attraverso l’olfatto. La plastica può avere lo stesso odore del cibo grazie ad alghe e batteri che la colonizzano, emettendo un odore penetrante di zolfo. Gli uccelli marini hanno imparato che quest’odore è cibo e cadono, quindi, in “trappole olfattive” che li portano a mangiare plastica invece delle proprie prede. L’odore della plastica inganna anche i pesci: alcuni banchi di acciughe sono rimasti indifferenti a frammenti di plastica puliti, ma sono stati attirati da microplastiche al “sapore di mare”, che avevano un odore simile a quello del krill di cui si nutrono . Meduse, sacchetti di plastica o palloncini sembrano tutti cibo per una tartaruga marina che sceglie le proprie prede attraverso la vista. Buona parte delle giovani tartarughe marine inizia un lungo periodo di vita prettamente in mare aperto, all’interno dei grandi sistemi di correnti in cui si concentra anche la pericolosa plastica oceanica. Oggi una tartaruga marina su due ha ingerito una qualche forma di plastica.

 

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REPORT WWF 2018 PLASTICA

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