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Plastic free e Covid-19, dovremo ripensare il concetto di usa e getta?

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Plastic Free. Da nord a sud, gli italiani sono stati promossi dal punto di vista della consapevolezza ambientale e della conoscenza dell’avvio al riciclo. Anche se negli ultimi anni gli esempi virtuosi si sono moltiplicati, la strada per cambiare l’approccio al consumo è ancora lunga e forse questa emergenza sanitaria potrebbe rallentare un po’.

Le norme sanitarie da rispettare per evitare il contagio da Coronavirus potrebbero ridefinire il concetto di ‘usa e getta’ e mettere da parte la battaglia in nome del ‘plastic free’.

La catena di caffè statunitense Starbucks, prima ancora che l’Amministrazione Trump dichiarasse il lo stato di emergenza per il Covid-19, ha temporaneamente sospeso in Nord America l’utilizzo delle tazze personali, che comportavano per il cliente uno sconto di 10 centesimi sulle bevande.

Questa promozione era stata messa in pratica nel 2010 proprio per ridurre il consumo di carta usa e getta.

Inoltre, per non rinunciare però all’effetto di marketing ‘green’, la catena di caffetterie ha avviato una nuova iniziativa che sembra paradossale: lo sconto sarà ancora applicato presentando alla cassa la propria tazza, ma il caffè o il the saranno serviti in contenitori monouso.

Ikea invece, ha ripristinato la vendita di minerale in bottiglia nei suoi punti vendita.

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Ma quale sarà l’impatto sull’ambiente e come rallenterà la nostra battaglia Plastic Free è tutto da valutare.

Il National Geographic ha studiato la curva della diffusione dell’acqua minerale senza però riuscire a determinarne il momento in cui girare con una bottiglietta da mezzo litro nella borsa è diventato trendy, ma ha richiamato le prime apparizioni di modelle ‘bevitrici’ alle sfilate di moda, mentre la pubblicità dell’epoca suggeriva l’acqua minerale come bevanda miracolosa. Era la fine degli anni 80.

Tra il 1994 e il 2017, la vendita di acqua negli Stati Uniti è esplosa del 284 percento.

I grandi marchi come Pepsi Co con il marchio Aqua fina e Coca Cola company con Dasani, poi hanno comprato marchi in tutto il mondo.

“Il nostro mercato è completamente diverso – spiega Ettore Fortuna, presidente di Mineracqua, che rappresenta le 125 aziende italiane del settore – i grandi marchi vendono soprattutto bottled water, termine che indica acqua corrente filtrata per garantirne la sicurezza alimentare. Un trattamento che però la impoverisce. Noi e i tedeschi abbiamo invece tante fonti di acqua minerale e noi italiani abbiamo la migliore tecnologia per imbottigliarla: è un prodotto al cui gusto la gente si affeziona. Tanto da vedere mamme che riempiono la borraccia dei figli con l’acqua minerale”.

L’Italia non è solo un grande esportatore di acque minerali (esportiamo in oltre 100 Paesi, per un giro d’affari di quasi 3 miliardi e 40mila occupati, includendo l’indotto) ma anche un forte produttore di plastiche: tremila aziende, per un fatturato di 12 miliardi in continua crescita.

Ma la nostra lotta per ridurre il consumo di plastica è in contrasto con i nostri interessi nazionali? Non è del tutto vero.

“Bisogna innanzitutto spiegare che la plastica non è una sola – spiega paziente Antonello Ciotti, presidente del Corepla, il consorzio che fa la raccolta differenziata della plastica – esistono sette polimeri principali, combinandoli si ottengono le varie tipologie”.

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È l’unione con materiali diversi che può rendere la plastica meno ‘pura’ e quindi meno riciclabile.

Nel 1973 Nathaniel Wyeth, uno scienziato che lavorava per il colosso americano della chimica DuPont, brevettò la prima bottiglia di Pet, una super plastica leggera, resistente e poco costosa: e fu la fortuna del mezzo litro ‘portatile’.

Il Pet è riciclabile: con una bottiglietta, se non è del tipo colorato, se ne produce un’altra.

Se si usa nel settore tessile, il pet serve per produrre Pile.

Il pet però è stato inserito dal Governo fra i materiali sottoposti alla plastic tax, perché – come denunciano diverse associazioni ambientaliste e diversi politici – di pet è pieno il mare.

A giugno dello scorso anno il Wwf ha diffuso un report che denunciava la dispersione nel Mediterraneo di 570 mila tonnellate di materiali plastici.

Come se venissero gettate 33.800 bottiglie al minuto.

Negli Stati Uniti ad esempio è nata un’iniziativa ambientalista, Parley for the Oceans, che si dedica a raccogliere le bottigliette disperse in mare in partnership con Adidas: bastano sette contenitori di Pet a ottenere il filato necessario a fare una maglia in tessuto tecnico. Tasso di riciclo dopo un soggiorno in fondo al mare: 94 per cento.

“Le nostre aziende lavorano continuamente alla riduzione del peso dei contenitori – racconta Angelo Bonsignori, direttore generale della Federazione gomma plastica – le bottigliette rispetto a 20 anni fa sono più leggere del 38 per cento, i tappi del 42 per cento”.

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Un primo passo per ridurre la quantità di materiale plastico che finisce nei nostri mari e oceani, oltre ad uno stile di vita Plastic Free potrebbe essere una raccolta più efficiente, oltre ad educare i maleducati a smaltire correttamente le bottiglie.

Una missione non impossibile, basta guardare la Norvegia che ha raggiunto il 97% di riciclo, solo l’1% finisce nell’ambiente.

Diversi Paesi destinano una parte della plastica alla termovalorizzazione, producendo energia.

In Italia invece un terzo finisce in discarica, basti pensare che di termovalorizzatori da Acerra in giù non ce ne sono.

Ma non è tutto, il belpaese importa bottiglie di Pet da riciclare perché non ne raccogliamo abbastanza.

“Il sistema del deposito con reso, quello che si usava una volta con le acque minerali ha dato ottimi risultati ma le norme vanno pensate bene, coinvolgendo la grande distribuzione” – afferma ancora Ciotti, riferendosi a quello che è successo in Germania: c’era chi portava dalla Polonia interi sacchi di plastica per riscuotere il costo del deposito.

“E l’Unione europea – aggiunge – ha appena sbagliato la direttiva con cui si impone che le bottiglie contengano almeno il 25 percento di Petriciclato. Non hanno specificato che debba provenire dall’Europa. Il risultato? Importiamo bottiglie da riciclare da India, Marocco, Egitto perché costano meno”.

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