Arpa Lombardia ha rilevato un composto, prodotto in esclusiva dalla multinazionale belga, che sfugge alle depurazioni.

Allarme Pfas a Milano. L’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (Arpa) della Lombardia ha individuato nelle acque del capoluogo un composto prodotto in esclusiva da Solvay, che sfugge alle depurazioni e rifluisce nel parco agricolo di Milano Sud. Il composto C6O4 era stato individuato già nel 2020 e si diluisce nella rete fognaria, scorrendo verso Sud ed uscendo nei pressi dell’area naturale protetta, sede di diversi presidi di Slow Food.

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La presenza di vari Pfas era stata accertata anche nel report sul monitoraggio di Arpa Lombardia. Il composto C6O4 è stato individuato, in concentrazioni piuttosto alte (con picchi di 1 microgrammo/litro nel settembre 2020), nel depuratore di Mariano Comense, a Nord di Milano. Arpa Lombardia aveva denunciato la presenza di questo composto già nel 2020 davanti alla Commissione d’inchiesta sugli illeciti ambientali della Camera, ma la notizia è ancora sconosciuta agli abitanti di Milano.

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Come spiega Francesco Tedeschi per Domani, il composto C6O4 entra nel tessuto idrografico cittadino e scorre verso Sud, attraversando probabilmente il canale della Vettabbia, nei pressi di San Giuliano Milanese. Impossibile, però, stabilire con esattezza la concentrazione di questo composto, poiché la Vettabbia non è mai stata campionata da Arpa. Inoltre, restano i dubbi sul ruolo del depuratore di Mariano Comense: l’ipotesi più probabile è che tratti, senza neanche saperlo, il C6O4, ma non è da escludere che sia di fatto un rifiuto Solvay, che nelle vicinanze ha un centro di ricerca a Bollate e un sito a Spinetta.

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Incerto anche il ruolo di Solvay: pur essendo un prodotto esclusivo della multinazionale belga, potrebbe essere stato affidato ad un’azienda terza, mischiato con altre sostanze, gettato in discarica, percolato per la pioggia, raccolto e infine depurato. Molto più certo il fatto che il C6O4 sfugga ai depuratori, ed è per questo che Sara Valsecchi, ricercatrice del Consiglio nazionale delle ricerche, ha chiesto maggiori controlli e misurazioni: “Viene assorbito in misura maggiore proprio dalla vegetazione“.

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Rilevazioni più precise sono necessarie per un motivo ben preciso. Il C6O4 ha gli stessi effetti del Pfoa, che ha contaminato il Veneto, ma ha concentrazioni esterne maggiori; la molecola è più corta e l’organismo tende a espellerla più rapidamente. Di conseguenza, per avere gli stessi effetti sull’organismo del Pfoa, occorre essere esposti a dosi maggiori di C6O4. Il problema è che non si ha ancora un’idea delle quantità realmente presenti di questo composto, ma soprattutto che non può essere smaltito. “Pfas come il Pfoa o i Pfos possono essere bruciati negli inceneritori per eliminarli dall’ambiente” – spiega ancora Sara Valsecchi – “Nel caso del C6O4, parliamo di un composto che non dovrebbe neppure essere prodotto visto che non esistono tecnologie di smaltimento“.

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Il monitoraggio di Arpa Lombardia prosegue, ma i primi dati saranno disponibili solo a primavera inoltrata. Inoltre, non sono state effettuate analisi sui canali di irrigazione né sulle coltivazioni. Intanto, però, la politica ignora il problema: il Comune di Milano ne è a conoscenza ma solo a livello superficiale, Regione Lombardia tace.

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