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PFAS, CRONOSTORIA DI UN CASO DI EMERGENZA NAZIONALE. CHIUSE LE INDAGINI SU AZIENDA MITENI

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PFAS. Sostanze Perfluoroalchiliche create dall’uomo che in natura non esistono.

Sono acidi molto forti, usati in forma liquida che resistono ai processi di degradazione fisica, chimica e biologica, operanti in natura.

Il nostro organismo e l’ambiente non sono attrezzati per eliminarli.

Dagli anni cinquanta, sono usati nella filiera di concia delle pelli, nel trattamento dei tappeti, nella produzione di carta e cartone per uso alimentare, per rivestire le padelle antiaderenti e nella produzione di abbigliamento tecnico, in particolare per le loro caratteristiche oleo e idrorepellenti, ossia di impermeabilizzazione.

 

Le classi di PFAS più diffuse sono: il PFOA (acido perfluoroottanoico)

il PFOS (perfluorottanosulfonato)

 

Sono gli inquinanti perfetti: inodore, insapore, incolore.

Gli effetti sulla salute di queste sostanze sono sotto indagine. Si ritiene che i PFAS intervengano sul sistema endocrino, compromettendo crescita e fertilità, e che siano sostanze cancerogene.

Esistono oltre 4000 diverse molecole di PFAS che si distinguono in :

catena LUNGA (8 o più atomi di carbonio)

catena CORTA (PFAS di seconda e terza generazione)

 

Tutto inizia nel 2006.

Il Progetto Europeo PERFORCE, coordinato dall’Università di Stoccolma, avvia un’indagine per stabilire la presenza di Perfluorati nelle acque e sedimenti dei maggiori fiumi europei.

In Italia, il Po presenta i livelli più elevati rispetto a quelli degli altri fiumi europei.

Nel 2011, la situazione di potenziale rischio porta ad una convenzione tra il Ministro dell’Ambiente (MATTM) e l’Istituto di Ricerca sulle Acque (IRSA) del Consiglio Nazionale per le Ricerche (CNR).

Prende avvio uno studio sul rischio ambientale e sanitario associato alla contaminazione da PFAS nel bacino del Po e nei principali bacini fluviali italiani.

Nel 2013, l’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale del Veneto (ARPAV) scopre che la fonte principale è  , in provincia di Vicenza.

A tale azienda viene attribuito il 97% dell’inquinamento rilevato nell’area veneta.

 

Qualche numero:

3 Province coinvolte: Verona, Vicenza e Padova

350 mila persone contaminate destinate a diventare 800 mila

Oltre 80 Comuni interessati

700 km2 di territorio compromesso

95 mila cittadini sottoposti a biomonitoraggio

6 su 10 vengono inviati a visite specialistiche di approfondimento perché hanno valori ematici alterati riconducibili ai PFAS

 

Dopo diversi mesi dalla scoperta della contaminazione all’inizio del 2014, su sollecitazione della Regione Veneto, i gestori degli acquedotti installano i primi filtri a carboni attivi per diminuire le concentrazioni di PFAS nell’acqua potabile.

La spesa è tutta sulle spalle delle famiglie, con un aumento dei costi in bolletta.

Nel 2014, l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) abbassa i limiti di performance per i composti perfluoroalchilici, da 3.300 ng/l di PFAS totali a 1.030 ng/l per le acque destinate al consumo umano.

La Regione Veneto inizia a monitorare i pozzi privati.

Molti pozzi vengono fatti chiudere, ma il 95% dei pozzi privati non è dichiarato e, di conseguenza, non controllato.

Tra il luglio 2015 e aprile 2016 viene avviato un biomonitoraggio su 257 soggetti residenti nella zona contaminata e 250 soggetti residenti in comuni veneti non interessati dalla contaminazione delle acque per consumo umano.

Emerge che la concentrazione di PFOA nei soggetti esposti è significativamente superiore a quella dei non esposti.

A seguito di questo controllo viene mappata  la zona interessata e nel gennaio 2017 inizia il Piano di Sorveglianza Sanitaria sulla popolazione.

Vengono ricercate nel sangue le concentrazioni dei 12 PFAS più conosciuti.

 

Un’analisi del Servizio Epidemiologico Regionale del 23 giugno 2016 evidenzia che per alcune patologie “possibilmente associate ai PFAS” i flussi di dati sanitari rilevano nei 21 Comuni interessati dalla contaminazione da PFAS i seguenti dati:

cardiopatia ischemica: 21% in più negli uomini e 11% in più nelle donne

malattie cerebrovascolari: 19% in più negli uomini

diabete mellito: 25% in più nelle donne

morbo di Alzheimer e demenza: 14% in più nelle donne

ipertensione: 22% in più

tumore al rene o al testicolo: 30% in più

 

21 marzo 2018, il Consiglio dei Ministri delibera la dichiarazione dello stato di emergenza in relazione alla contaminazione da sostanze perfluoro-alchiliche nelle falde idriche e nei territori delle province di Vicenza, Verona e Padova.

 

Il 7 ottobre 2018 esce il Rapporto n.7/2018 della Regione Veneto, Area Sanità e Sociale con il quale viene data la notizia che al 60% dei soggetti finora coinvolti viene indicato di iniziare il percorso di 2° livello perché oltre alla presenza anomala di PFAS nel sangue, presentano alterazioni della funzionalità di alcuni organi o metaboliche che possono essere riconducibili all’esposizione a queste sostanze.

In seguito alle risposte del biomonitoraggio, le mamme iniziano a prendere coscienza della pericolosità e della gravità della contaminazione.

Iniziano così una lunga serie di manifestazioni, proteste e incontri che portano le “Mamme NoPfas” a realizzare un video appello rivolto a tutti i Ministri dell’Ambiente dell’Unione Europea per testimoniare cosa significa vivere con la consapevolezza di avere sostanze tossiche nel sangue, assunte attraverso l’alimento primo e fondamentale: l’acqua.

 

 

Il Caso Miteni:

La ditta Miteni sorge a Trissino (VI), sopra la zona di ricarica della seconda falda più grande d’Europa.

In quell’area uno strato sottile di ghiaia separa la superficie dalla falda acquifera. Questo consente un veloce passaggio e assorbimento di tutte le sostanze sversate.

Quella che al tempo si chiamava Rimar, inizia a produrre intermedi fluorurati nel 1964. Cambia diverse proprietà: da Marzotto passa a MITSUBISHI ed ENI (da cui il nome MITENI).

Poi viene acquistata interamente da MITSUBISHI ed inflne, nel 2009, viene acquistata da ICIG (International Chemical Investors Group) per € 1,00 .

Una lunga storia di inquinamento:

  • nel 1966 una fuga di acido fluoridrico rinsecchisce la vegetazione a monte dello stabilimento;
  • nel 1977 contamina |a falda acquifera fmo a Creazzo con BTF (benzotrifìuoruri). Vengono sostituite le fonti di approvvigionamento. L’inquinamento viene provato, ma Ie prove amnistiate con sentenza del 14/4/ 79 (Pretore di Vicenza );
  • dal 1970 al 1980 interra rifiuti tossici lungo il torrente Poscola;
  • sempre negli anni ’80 porta i suoi rifiuti tossici in Sud America ed in Africa attraverso le “navi dei veleni”
  • a tutt’oggi non siamo a conoscenza di come vengano smaltiti questi rifiuti, le PECI FLUORURATE, cioè gli scarti di produzione della lavorazione dei PFAS

 

15 gennaio 2019: La Procura della Repubblica di Vicenza, dopo due anni di perizie, indagini, ricerche e approfondimenti,  chiude le indagini preliminari relative all’inquinamento da sostanze Pfas causato dall’Azienda Miteni.

Il procuratore capo Antonino Cappelleri ha annunciato il deposito degli atti a favore delle difese per 13 indagati.

Tra loro troviamo:

  • i manager giapponesi di Mitsubishi corporation, che hanno avuto il controllo della Miteni dal 2002 al 2009: Maki Hosoda (53 anni), Kenij Ito (61 anni) e Yuji Suetsune(57 anni).
  • I vertici della società tedesca Icig-International chemical investors (proprietaria di Icig Italia 3 holding srl), a cui è passato il controllo dell’azienda nel 2009: Hendrik Schnitzer (61 anni), Achim Georg Hannes Riemann (65anni), Alexander Nicolaas Smit (75 anni) cittadino olandese residente in Francia, e l’irlandes Brian Anthony Mc Glynn (62 anni), residente a Milano.
  • i responsabili di stabilimento o dell’area tecnica: Luigi Guarracino (62 anni) di Alessandria, Mario Fabris (56 anni) di Fontaniva, Davide Drusian (44 anni) di Marano, Mauro Cognolato (46 anni) di Atrà e Mario Mistrorigo (67 anni) di Arzignano.

Gli indagati potranno farsi interrogare o depositare memorie difensive, poi la procura potrà procede alla richiesta di rinvio a giudizio.

Per i magistrati vicentini il sospetto è che, almeno fino al 23 luglio 2013, abbiano saputo del rischio di inquinamento ma non abbiano fatto nulla per evitarlo.

La consapevolezza dell’inquinamento prodotto, per gli inquirenti, sarebbe dimostrata anche dal prezzo di cessione del 2009 di Miteni da Mitsubishi a Icig.

Il prezzo pattuito è stato di un solo euro, anche se il valore dell’azienda era stimato in 15 milioni di euro.

I reati contestati sono: avvelenamento delle acque e “disastro innominato”, per fatti accaduti fino al 2013.

Ma è stato già aperto un filone per i fatti accaduti in epoca successiva.

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