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Ospedali dipinti, scenari marini nei reparti pediatrici. Intervista all’artista Silvio Irilli

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Con il progetto Ospedali Dipinti sono stati decorati oltre 15 ospedali dal nord al sud della Penisola. Un’iniziativa che trasforma i reparti pediatrici in magnifici scenari marini. Intervista esclusiva all’artista e fondatore del progetto Silvio Irilli. 

INTERVISTA VIDEO

Scenari marini all’interno dei reparti pediatrici ospedalieri. L’idea è nata dall’artista Silvio Irilli che nel 2012 ha dato il via la progetto Ospedali Dipinti

Negli anni ’90 è stato il disegnatore ufficiale della trasmissione televisiva “Solletico” su Rai Uno e nel 2007 e 2008 ha dipinto il Georgia Acquarium di Atlanta, l’acquario più grande del mondo negli USA, con un’opera di 300 mq, sul soffitto d’ingresso. 

Con il progetto Ospedali Dipinti ha decorato oltre 15 ospedali dal nord al sud della Penisola, grazie al supporto di associazioni e privati che hanno donato agli ospedali le stanze decorate. Da pochi giorni l’iniziativa è ripartita da Messina, dopo lo stop per l’emergenza covid-19. Silvio ci ha raccontato come è nato il progetto e quali saranno le tappe future. 

Quando hai deciso di far diventare la tua passione un lavoro?

Conservo ancora nel mio studio i dipinti fatti da quando avevo 6 anni, chiusi in una cartellina. Questo dimostra  quanto io ci tenessi a quello che stavo creando. Da una passione ho deciso di farlo diventare un mestiere. Ho iniziato a 21 anni. Il percorso artistico non è mai semplice, una sfida, ma si può riuscire se c’è passione e sacrificio.

Come è stato dipingere l’ingresso del Georgia Aquarium di Atlanta?

E’ stata una grandissima sorpresa. Dall’Aquarium Atlanta videro sul web i miei dipinti dedicati al mare e le mie opere furono proposte alla direzione artistica. Mi sembrava un film, stavo portando la mia passione dall’altra parte del mondo. La prima cosa che il pubblico vede entrando nell’acquario alzando gli occhi al soffitto è questa immensa opera che ho avuto l’onore di realizzare. L’acquario aveva degli orari, chiudeva alle 18.30 e io dovevo iniziare dalle 19 andando avanti fino a notte inoltrata. Era la prima volta che facevo un’opera così grande, quindi una grande responsabilità. Ma è andato tutto bene e da lì è nato il mio stile con il quale vengo oggi identificato e che amo di più: dipingere i fondali marini, scenari che ci fanno sognare.

Come nasce Ospedali dipinti?

Tutto è iniziato quando il Policlinico Gemelli di Roma mi ha contattato per dipingere un acquario su due pareti del reparto di radioterapia oncologica, un reparto delicato e importante. Il concetto per realizzare questa opera era quello di realizzarla grazie alle donazioni. Dopo pochi giorni sono stati raccolti i fondi ma la parte più sorprendente è stata quella di conoscere dei medici straordinari che volevano dare un’accoglienza diversa, associare alla loro cura anche una emozionale. Quello che avevo realizzato consentiva al paziente di interagire con le opere e di fare un percorso più giocoso prima di arrivare a fare radioterapia.

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Qualche settimana dopo ho voluto proporre loro un progetto più grande, dopo il riscontro positivo di pazienti e famiglie. Ogni bunker di radioterapia è diventato a tema. Da lì ho pensato che ci volesse un progetto dedicato agli ospedali. Ho voluto proporlo per gli ospedali pubblici con un concetto fondamentale: tutte le opere che vengono realizzate nei reparti devono essere realizzate solo con le donazioni. Questo consente alla sanità pubblica di non spendere nulla sulle opere e trasmette un messaggio ancora più forte: chi contribuisce con un singolo euro lo fa perché vuole stare vicino alle persone, specie ai bambini.  E per questo voglio e desidero continuare a farli sognare. Entrando in questi ambienti vengono abbracciati da disegni e si dimenticano per un attimo il motivo per cui sono lì. 

Dopo lo stop dovuto all’emergenza sanitaria l’iniziativa è ripartita dal Policlinico Gaetano Martino di Messina. Come è stato tornare negli ospedali?

Dovevamo partire per Messina il 29 febbraio, poi con il lockdown abbiamo dovuto posticipare e finalmente in questi giorni siamo riusciti a ripartire con l’iniziativa. Realizzare le opere dopo quello che è successo nel nostro Paese è un’emozione ancora più forte. E chi ha contributo a donare per realizzare queste opere vale doppio perché vuol dire ripartire, accendere la luce, stare vicino ai medici, agli operatori sanitari, ai pazienti e dare più forza ed un’accoglienza diversa.

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Così il reparto di neuropsichiatria infantile è diventato l’Isola del sorriso e il pronto soccorso pediatrico un grande acquario, posizionando le pannellature in modo strategico, per avere sempre a contatto il sorriso dei personaggi disegnati con i pazienti. La nuova sala giochi del reparto di Neuropsichiatria è stata ribattezzata “Il bosco magico”. Un modo per ripartire con il sorriso.

Il tema principale delle tue creazioni è il mare. Come mai questa scelta? C’è un messaggio ambientale che vuoi dare?

L’ambiente del mare fa pensare che senza l’acqua non ci sarebbe la vita ma nell’acqua c’è una vita meravigliosa. Ciò deve farci riflettere sul fatto che noi siamo degli ospiti su questo bellissimo pianeta e dovremmo mettere al primo posto del nostro vocabolario una parola, ovvero il rispetto. Rispettare le persone e l’ambiente che ci circonda, anche perché, se non ce lo facciamo, ci si ritorce contro. I delfini rappresentati con i loro sorrisi ci dicono che dovremmo essere sempre sorridenti e solidali e migliorare quello che è migliorabile senza creare troppi danni. 

Quanto tempo impieghi a realizzare questi murales?

L’aspetto tecnico è abbastanza complicato. Le opere non vengono direttamente dipinte nell’ospedale, non si potrebbe aprire per mesi un cantiere. Prendo le misure degli spazi (dai 200 ai 300 mq di superficie muraria) e in studio devo immaginare di trovarmi in quel luogo, in quell’ospedale. Lo dipingo su tante tele, viene poi impaginato, stampato su prodotti certificati e applicato poi direttamente sulle pareti. Qui c’è l’aspetto magico: se le pareti sono grigie dopo pochi giorni e tutto trasformato.

Il lavoro sul posto è molto veloce, tutto viene fatto prima con precisione per ricostruire poi il puzzle pezzo per pezzo sui muri, seguendo anche l’impostazione che attribuisco all’opera. Per ogni paziente c’è un ingresso nel reparto ma anche un’uscita, voglio creare un percorso emozionale dall’inizio alla fine. Un lavoro che ripaga chi ha contribuito. Non c’è solo la mia firma in queste opere ma anche quella di tutti coloro che contribuiscono con le donazioni. Anche le onlus con cui collaboro prendono in carico il progetto e fanno un lavoro straordinario di volontariato negli ospedali, utilizzando questi spazi per fare dei laboratori e per stare vicino ai bambini.

Qual è il momento che ti ha emozionato di più da quando è iniziato il progetto?

Quando ritorno dopo diversi mesi in un ospedale, magari per realizzare un’altra opera, i medici mi raccontano quello  che i bambini ricevono da quell’ambiente. Tornano a casa e dicono ai genitori “quando torniamo nel sottomarino, nell’acquario dell’ospedale”. Questo è già essere andati oltre ogni aspettativa. Il bambino deve stare fermo per la radioterapia e spesso deve essere addormentato. I medici mi hanno raccontato che con questi ambienti riescono a conquistare maggiormente la fiducia dei più piccoli e non è molto spesso necessario applicare l’anestesia. Un piccolo aiuto all’aspetto medico che non immaginavo e che mi motiva a portarlo in più ospedali possibili.

A Taranto è stato molto toccante. Torneremo per portare avanti il progetto che può essere sempre continuato. Questa città aveva bisogno di un messaggio di speranza per i medici e i piccoli pazienti.

Quali saranno le prossime tappe?

I primi di agosto saremo all’ospedale di Savona dove con l’associazione Cresci realizzeremo una ludoteca che diventerà un acquario. Stiamo anche lavorando ad un grandissimo progetto per l’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, il più colpito dalla pandemia, e partiremo da settembre.

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