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Orche al porto di Genova, arrivano dall’Islanda: hanno nuotato 5mila km

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Orche. Riptide, Aquamarin e Dropi. Sono i mammiferi che da due settimane stazionano davanti al porto di Pra a Genova.

Con loro anche la mamma che ha perso il cucciolo, che non ha un nome ma una sigla: ‘Sn114’. Queste orche, prima di entrare nelle acque italiane hanno percorso oltre 5 mila chilometri: un viaggio straordinario, ricostruito per la prima volta dagli scienziati.

Gli esemplari sono stati identificati dal team di ricerca Orca Guardian Iceland mettendo a confronto le immagini della loro banca dati con quelle scattate in Liguria.

“Abbiamo le notizie più emozionanti di sempre! Siamo stati in grado di identificare le orche che sono state avvistate vicino al porto di Genova, in Italia”- scrive l’organizzazione su Facebook.

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Secondo i ricercatori, si tratta della prima migrazione di questa portata, tra Islanda e Italia.

L’intero branco (pod) sarebbe arrivato fin dentro il nostro Mediterraneo percorrendo oltre 5000 chilometri, come confermato dal team di studiosi che sottolinea: “È la prima volta che le orche migrano tra l’Islanda e l’Italia, nella storia della ricerca relativa a questi predatori. Riteniamo che gli oltre 5200 chilometri percorsi, siano una delle rotte migratorie più lunghe mai registrate al mondo. Un record”.

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Ma cosa sappiamo di queste orche?

“Le abbiamo individuate per la prima volta – spiegano i ricercatori – il 2 giugno 2014. L’anno successivo, durante l’estate, erano divenuti ‘clienti’ abituali, con diversi avvistamenti e con tutti e quattro i membri presenti (denominati anche con le sigle «SN113», «SN114», «SN115» e «SN116») come era avvenuto nei due anni precedenti. Nel 2017 avevamo avuto ancora incontri. Poi, dopo il 7 luglio 2017, di «SN113» e i suoi compagni, non avevamo saputo più nulla. Fino ad ora. Due anni e mezzo dopo, si sono presentati a Genova”.

Le orche, in buone condizioni fisiche, si stanno dirigendo verso ovest. Stamani sono state avvistate davanti a Vado Ligure. 

Quanto al cucciolo avvistato inizialmente insieme al branco, i ricercatori di Menkab hanno spiegato che “era ancora vivo il 2 e il 3 dicembre, anche se appariva affaticato. Il 4 dicembre veniva invece spinto e trattenuto per la pinna dalla madre”, segno, invece, che a quel punto era già morto.

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