Piccole particelle di plastica, quasi invisibili e ancora poco conosciute ma assolutamente letali per la vita marina. Ecco cosa sono i ‘nurdles’ che stanno avvelenando gli oceani.

In inglese si chiamano ‘nurdles‘ e sono piccole particelle di plastica quasi invisibili e ancora poco conosciute. Si tratta di rifiuti ottenuti in gran parte dalla produzione e dalla lavorazione della plastica che costituiscono un rischio totale per la vita marina, anche se la scarsa conoscenza non permette ancora di classificarli come potenzialmente pericolosi. Dopo l’incidente della nave container nello Sri Lanka del maggio scorso, però, l’Onu aveva lanciato l’allarme. L’inquinamento causato da queste piccole particelle di plastica può essere peggiore di quello causato dalla fuoriuscita di petrolio o di sostanze chimiche.

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Come riporta il Guardian, che cita un report dell’Onu, ci sarebbero miliardi di queste particelle che la corrente ha portato a centinaia di miglia lontano dal luogo dell’incidente e che potrebbero presto raggiungere le coste dell’Indonesia, della Malesia e anche della Somalia. I ‘nurdles‘ sono stati ritrovati anche nelle carcasse dei delfini e nelle bocche di alcuni pesci. Si stima che almeno 1.680 tonnellate di questi rifiuti plastici siano finite direttamente nell’oceano e si tratterebbe della più grande fuoriuscita di plastica della storia. Il nome più tecnico dei ‘nurdles’ è pellet per la pre-produzione di plastica. A seconda del materiale (polietilene, polipropilene, polistirene, polivinilcloruro) e del peso, possono galleggiare o affondare.

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Il problema è che molto spesso, come altri rifiuti plastici, vengono scambiati dagli animali marini per cibo. Una volta nell’ambiente, questi piccoli rifiuti possono addirittura frammentarsi in nanoparticelle e si stima che ogni anno, negli oceani, ne vengano disperse 230mila tonnellate. Inoltre, prima che possano degradarsi completamente in genere passano diversi decenni. Tom Gammage, dell’Agenzia internazionale dell’ambiente, non nasconde la propria preoccupazione: “Hanno la stessa forza inquinante dei combustibili fossili, ma possono anche accumularsi sulla superficie delle microplastiche. Il danno ambientale e soprattutto per gli animali marini è difficilmente quantificabile“.

 

Come se non bastasse, il pericolo è concreto anche per l’uomo: i ‘nurdles’ sono in grado di trasportare anche batteri come l’E. coli o il colera. Tuttavia, proprio a causa della scarsa conoscenza, questi minuscoli rifiuti marini non sono ancora classificati come pericolosi dall’Organizzazione marittima internazionale. Questa sottovalutazione del rischio fa anche sì che gli incidenti passino quasi inosservati: l’anno scorso, ad esempio, 10 tonnellate finirono disperse nelle coste della Scandinavia e un altro incidente coinvolse le coste del Sudafrica, mentre nel 2019, nel Mare del Nord, finirono ben 342 container pieni di ‘nurdles’.

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Da tempo, gli ambientalisti denunciano il pericolo per l’ambiente di questi piccoli rifiuti marini, senza mai ottenere risultati all’infuori di denunce e altre repressioni. Tanya Cox, esperta di conservazione e di inquinamento da plastica dell’ong Flora & Fauna International, ha spiegato: “Finché non verrà classificato come pericoloso non saranno possibili anche regole più severe per il loro trasporto e protocolli più efficaci in caso di disastri“. Tutto però dipenderà dalle decisioni dell’Organizzazione marittima internazionale, che però al momento fa orecchie da mercante anche di fronte alla contaminazione di 470 tartarughe, 46 delfini, otto balene e un numero imprecisato di pesci. Senza contare le ripercussioni per il settore ittico delle zone interessate dai vari disastri ambientali e anche per il turismo. I pescatori dello Sri Lanka infatti rivelano: “Abbiamo smesso di pescare, se ci immergiamo in acqua ci ritroviamo questi pellet di plastica dentro le orecchie“.

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