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Nicaragua, quattro membri della tribù Mayangna morti durante un attacco

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Quattro indigeni della tribù Mayangna sono stati uccisi in una riserva in Nicaragua durante l’attacco di un gruppo armato legato all’accaparramento delle terre.

Secondo l’Human Rights Office delle Nazioni Unite un gruppo illegale armato ha ucciso quattro membri della tribù Mayangna, ferito altre due persone e bruciato 16 abitazioni nel nord del Nicaragua il 29 gennaio 2020.

Human Rights Office ha condannato il governo del Nicaragua per non aver punito il crimine commesso contro le comunità indigene del paese. “Siamo molto preoccupati riguardo i continui attacchi agli indigeni del Nicaragua, per la carenza della protezione dei loro diritti e per l’impunità dei crimini commessi contro di loro” ha scritto in un annuncio Michelle Bachelet, a capo dell’ufficio.

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Le organizzazioni per i diritti umani sostengono che l’esistenza delle tribù nel paese sia minacciata e che la foresta pluviale sia sotto attacco dei minatori, falegnami e allevatori illegali. Il processo è degenerato negli ultimi 5 anni in una serie di conflitti che hanno portato alla morte di 40 persone secondo il Center for Justice and Human Rights of the Atlantic Coast of Nicaragua (CEJUDHCAN).

La tribù Mayangna vive nella regione conosciuta come La Mosquitia, al confine tra Nicaragua e Honduras, nella più grande foresta pluviale dell’America centrale. Insieme alla popolazione indigena dei Miskito, i Mayangna portano avanti una tradizione culturale di protezione dell’ecosistema della foresta. Il più recente attacco ai Mayangna è avvenuto nella comunità Alal nel territorio Sauni As. L’area fa parte della Bosawas Biosphere Reserve, che appartiene alla regione autonoma della Northern Caribbean Coast.

La Bosawás Biosphere Reserve, dichiarata sito UNESCO nel 1997, ha una biodiversità estremamente varia ed è l’habitat del 13% delle specie conosciute al mondo, molte delle quali sono a rischio estinzione. L’agenzia ambientale MARENA ha segnalato un aumento della deforestazione negli ultimi vent’anni, e ad oggi il 31% delle foreste della riserva è andato distrutto. Secondo i dati satellitari la deforestazione è arrivata al cuore della riserva nel gennaio del 2018 ed il tasso di perdita è in continuo aumento. La comunità Alal vive al centro della riserva, in una delle ultime aree della foresta ancora intatte.

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Juana Bilbano, direttrice del Center for Justice and Human Rights of the Atlantic Coast of Nicaragua (CEJUDHCAN), sostiene che nonostante il governo abbia ufficialmente garantito la proprietà della terra alle comunità indigene, le leggi non sono mai state implementate correttamente: “Il governo ha consegnato la proprietà della Terra alle comunità indigene ma non ha fornito protezione legale. Nel 2015 la stessa cosa è avvenuta ai Miskitos, quando i colonizzatori hanno commesso un massacro legale come hanno fatto in Alal. Abbiamo 12 differenze comunità che rischiano di essere invase“.

Rioberto Delgado, membro della comunità che viveva lungo il fiume Bocay al confine con l’Honduras ha raccontato di come la comunità stia perdendo il controllo della foresta e con essa la propria identità culturale: “Lo stile di vita delle comunità sta scomparendo. Gli animali che cacciavamo, i pesci che pescavamo nel fiume, sta tutto scomparendo. Il sistema dei colonizzatori sta rimpiazzando il nostro e gli indigeni stanno soffrendo. Il nostro stile di vita necessita di terre, pesci, animali e la possibilità di coltivare senza l’utilizzo di pesticidi”. La conservazione delle foreste è importante per il Nicaragua perché queste aiutano a produrre l’acqua e a regolare il clima locale. La parte nord del Nicaragua si trova nel Dry Corridor, un territorio che parte dal sud del Messico e arriva a Panama, fortemente colpito dalla siccità dovuta al fenomeno meteorologico El Nino e ai cambiamenti climatici.

A seguito dell’attacco, diversi resoconti sono emersi dalla remota comunità di Alal, dove la mancanza di strade, il servizio cellulare e una situazione politica profondamente divisa hanno impedito la diffusione delle informazioni. Nei giorni seguenti il massacro, la polizia, fedele al Sandinista National Liberation Front del Presidente Daniel Ortega, ha riportato che solamente due persone erano molte nell’attacco, contraddicendo i report dei leader indigeni. In seguito la polizia, dopo che l’attacco è apparso sui social media, è stata costretta a dichiarare che i morti in realtà erano quattro. La polizia ha reso noto di aver catturato il capo del gruppo responsabile del massacro, trovato insieme ad armi automatiche, munizioni e 2 kg di marijuana. Tuttavia la polizia non ha menzionato l’accaparramento di terre come motivo dell’attacco.

Nell’aprile del 2018, i partiti di opposizione, gli studenti e gli imprenditori hanno dato via ad una protesta nazionale che ha coinvolto le maggiori città e che il governo ha definito un colpo di stato. Mentre il governo ha posto fine alla protesta causando centinaia di morti e ricevendo critiche dalla comunità internazionale, Ortega è riuscito a consolidare il suo potere domestico. Bilbano sostiene che gli indigeni siano divisi fra il FSNL e l’opposizione: “Le persecuzioni politiche ci mettono in grande pericolo. Veniamo minacciati quando facciamo questo tipo di denunce”.

 

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