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Moda, Stella Mc Cartney porta i peluche in passerella: “io, il marchio etico”

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Moda. L’attenzione all’ inquinamento, al riscaldamento globale, all’eccessivo utilizzo di plastica sfida il paradigma della moda.

Sono sempre di più le aziende che scelgono di produrre capi di moda a impatto zero.

Un esempio è la linea della stilista Stella Mc Cartney che si definisce così: “Io, il marchio etico”.

Sono pupazzi enormi e colorati quelli che accolgono i suoi ospiti nel foyer dell’Opera, tra marmi e legni d’oro e affreschi meravigliosi.

Mucche e lupi e coccodrilli e orsi distribuiscono piantine omaggio con l’invito a tornare a casa e invasarle subito. Gli stessi pupazzi che poi usciranno con le modelle nel finale. La fiducia in un futuro migliore.

“Non c’è mai stato un momento in cui abbiamo avuto più speranze di porre fine all’uso della pelliccia e della pelle, una pratica crudele per gli animali e dannosa per il pianeta — scrive la figlia di Sir Paul —. Siamo orgogliosamente l’unica casa di moda di lusso al mondo che non mette vera pelle sulla passerella e diamo Il benvenuto ai nostri amici di moda per unirsi a noi”.

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Fedelissima manda poi in scena la sua collezione ambientalmente corretta con pellicce e blouson e pullover in lana grossa, mantelle e abiti e blazer di eco-pelle traforata.

E poi la parte che ha a che fare con la ricerca, l’etica contro gli eccessi e la spettacolarizzazione di un amo da troppo esagerata e stravagante che “francamente trovo insopportabile”.

Così Stella si guarda indietro a cercare nell’eleganza di donne e uomini del passato: artisti, pittori, attrici.

E crea un guardaroba più fantasioso e teatrale rispetto al suo solito: tute (il suo must) e abiti e tuniche vagamente decò costruiti con pannelli e asimmetrie. Lo sporty chic di Sacai. I

l marchio fondato nel 1999 da Chitose Abe, giapponese, cresciuta confezionando abiti perbambole.

Una strada scritta ma che lei ha saputo per correre bene: allieva di Watanabe, un lungo periodo da Comme des Garçons.

E poi le esperienze in North Face, Nike, Beat, Apple e nei gioielli. Storia imprescindibile dalla sua moda che è un concentrato dei mondi così diversi che ha attraversato.

Una dicotomia che si traduce in una collezione che è l’ideale confronto fra Oriente e Occidente, tradizione e tecnologia.

Abiti destrutturati e ricostruiti: i pantaloni maschili aperti che diventano uno chemisier plissettato, la zip sulla tunica di chiffon ricamato, il raso sdrammatizzato per l’anorak, i gioielli sul bomber. La parigina? Impertinente e “sregolata”, così dice (efa) Giambattista Valli.

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Una ragazza che sceglie porcellane di Meissen per le sue colazioni ma ascolta Billie Eilish a palla. Che arreda la sua casa con antichi mobili orientali ma ai muri appende i bianchi e nero di Henry Cartier Bresson e i nudi di Newton.

Una che se la cava bene con i pizzi e lo chiffon e i ricami e i cerchietti con i fiocchi, ma anche con le mini e i mocassini e gli anfibi.

Tant’è che alle feste o all’altare ci va in rosa di taffeta e scarpe maschili. Anche.

Altrimenti con i corti e ricamati indossa i sandali a spillo tacco 10 e gambe nude, già…. in pieno inverno: impertinenza & sregolatezza.

«Senza regole e disinibita, indipendente e sessualmente libera. E che oggi al suo guardaroba femminile aggiunge un po’ di pezzi maschili, come i mocassini, certo. È la prima volta che affronto questo tema, mal’ho sentito mio”.

In prima fila Rick Owens, stilista fra i più irriverenti, applaude.

Da Givenchy si ritorna alla formalità della borghese con i grandi capelli, i lunghi cappotti vestaglia, le tuniche indossate sopra i pantaloni, i tailleur oversize, le bluse e le gonne di marabù, i guanti lunghi di pelle, gli abiti a pois. Molto signora, old Hollywood.

L’esprit della maison c’è, ma ha un senso oggi?

 

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