La seconda edizione dell’evento che si chiuderà oggi al Lingotto, l’attenzione all’ambiente è stata protagonista. “Necessarie azioni per ridurre l’impatto ambientale dell’industria del fashion”, ha dichiarato il segretario di Assomoda Costa

Il mondo della moda si è tinto di verde a Torino in occasione della seconda edizione di Hoas – History of a Style, l’evento di settore che ha animato il Lingotto con uno sguardo sempre attento alla sostenibilità ambientale.

L’evento (che terminerà oggi dopo quattro giorni di incontri) quest’anno ha puntato l’attenzione sulla moda amica del pianeta, delle politiche a sostegno delle energie rinnovabili e dell’eco sostenibilità.

“La moda, soprattutto in Italia, deve essere uno dei settori trainanti in questo ambito”, ha detto Massimo Costa, segretario generale Assomoda. Che poi ha aggiunto che si tratta di “un obiettivo difficile da raggiungere nella misura in cui, purtroppo, nonostante ormai ci sia questa chiara e acquisita importanza della moda nel nostro paese, non c’è la sufficiente attenzione da parte delle istituzioni. Bisognerebbe che nel Pnrr i miliardi messi a disposizione vadano anche verso questo settore. Ci vuole uno sforzo da parte dei privati ma non si può portare avanti un progetto del genere senza risorse che vengano anche dalle istituzioni, dall’Europa e dal governo”. 

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L’industria della moda è tra i settori più inquinanti, dunque è forte l’esigenza di agire per evitare l’impatto ambientale del fashion. Una soluzione, secondo il segretario di Assomoda, ci sarebbe. “Bisognerebbe che le aziende potessero certificare di stare facendo un’attività orientata alla sostenibilità – ha detto Costa -. C’è molto impatto di immagine ma poche aziende hanno dei bilanci certificati dal punto di vista della sostenibilità e poche si sono sottoposte a delle valutazioni di tipo scientifico”. 

Qualcuno nel settore sta già agendo, come lo stilista Alviero Martini che usa nelle sue collezioni pellame di scarto alimentare. “Siamo sensibili al tema dell’ambiente – spiega lo stilista – ma purtroppo non lo sono i nostri governatori di tutto il mondo. Per fortuna parlare dell’ambiente è diventato di moda”.  

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Il problema secondo Martini sono “i tessuti e i materiali che da sempre la nostra clientela è abituata ad avere: dal pellame pregiato al cashmere e quindi immettere sul mercato delle fibre composte è la parte più difficile. Mentre c’è una volontà di rispettare l’ambiente poi non c’è una volontà di vestirsi”.

“Noi abbiamo il compito di suggerire, ma alla fine il cliente fa la sua selezione”, aggiunge Matini che poi aggiunge che un altro problema è “la disinformazione che hanno portato i social, cioè influencer e blogger che vendono qualunque cosa senza sapere nulla della provenienza del prodotto né della filiera del made in Italy”.

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