Moda, borse Dior da 56 euro fatte da operai cinesi e vendute a 2.600 euro

Caporalato e lavoratori in nero, amministrazione giudiziaria per Manufactures Dior.

Dopo la Alviero Martini e la Giorgio Armani Operations, un’altra casa di alta moda è finita nel mirino dei Carabinieri del nucleo ispettorato per il lavoro per mancata prevenzione contro il caporalato.

Il Tribunale di Milano ha disposto l’amministrazione giudiziaria nei confronti di Manufactures Dior, un’azienda del gruppo Dior che non avrebbe effettuato gli opportuni controlli sulle società a cui aveva appaltato la produzione degli articoli realizzati in vari laboratori scoperti nelle province di Milano, Monza e Brianza.

In tali officine sono stati identificati 32 lavoratori irregolari di cui 7 in nero e 2 clandestini. La produzione, scrive la procura, avveniva in “condizioni di sfruttamento” con paghe “sotto soglia“, “orario di lavoro non conforme” e “ambienti di lavoro insalubri“, nonché “gravi violazioni in materia di sicurezza“.

Una spesa di 56 euro a borsa per Dior, come indicato nell’atto, a fronte di un prezzo di vendita in negozio di 2.600 euro.

Secondo i giudici della sezione misure di prevenzione di Milano, che hanno accolto la richiesta della Procura, la Manufactures Dior “non ha verificato la reale capacità imprenditoriale delle società appaltatrici” e i suoi modelli gestionali “si sono nel concreto rivelati inadeguati”.

Indagati per caporalato, abusi edilizi e fatture inesistenti anche cinque titolari dei laboratori. Sono state, inoltre, comminate ammende pari a 138.000 euro e sanzioni amministrative pari a 68.500 euro, e per le quattro aziende sub appaltatrici è stata disposta la sospensione dell’attività.

“In attesa della travagliata Corporate Sustainability Due Diligence Directive UE (CSDDD o Supply Chain Act), le grandi imprese sono chiamate ad agire subito per integrare la sostenibilità nei loro processi. – commenta Rita Santaniello, avvocato co-responsabile del dipartimento di diritto del lavoro e della practice di sostenibilità dello studio Rödl & PartnerQuello che serve è una vera e propria presa di coscienza e assunzione di responsabilità per il rispetto dell’ambiente e delle persone. In particolare, nei casi di cronaca recente, è emerso un carente sistema di gestione e controllo della filiera, demandata alla semplice sottoscrizione di codici etici e ad audit poco efficaci, spesso meramente formali.

La Direttiva, approvata prima dal Parlamento e poi dal Consiglio UE il 24 maggio 2024, verrà applicata in modo graduale a partire dal 2027 e, a pieno regime, dal 2029, si applicherà alle società con più di 1.000 dipendenti e 450 milioni di euro di fatturato. “Anche se al momento la CSDDD non è ancora applicabile – sottolinea l’avv. Santaniello di Rödl & Partner – e anche se in futuro si applicherà solo alle imprese più grandi, sin da subito le imprese devono attrezzarsi per integrare un effettivo ed efficace sistema di risk management esteso alla filiera, provvedere a un monitoraggio concreto dei propri fornitori e accompagnarli con il proprio supporto e sostegno (in termini economici e di know-how) lungo un percorso di transizione verso un modello di business più sostenibile che parte proprio dal presidio della compliance.”

A finire sotto indagine non sono, quindi, solo i colossi del fast fashion come, per ultimo, Shein, con operai che cuciono vestiti anche per più di dodici ore al giorno, per sei o sette giorni a settimana, e solo un giorno libero al mese. Anche i brand di alta moda seguono un modello non poi così distanti da quello dei marchi low cost.

 

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