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Miomojo, la lettera di diffida per l’uso del termine “pelle” associato a vegetale o sintetica

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Non può essere utilizzato il termine “pelle” associato a vegetale o sintetica: la lettera di diffida delle Concerie Italiane indirizzata all’azienda Miomomjo che produce borse cruelty-free. “Ci ha sorpreso questa diffida soprattutto per l’inadeguatezza di questa legge molto vecchia, ripresa dal 1966 e riconfermata nel 2020. Anziché andare avanti stiamo andando indietro”. Intervista alla fondatrice di Miomojo, Claudia Pievani.

Miomojo è un’azienda di accessori cruelty-free, con sede a Bergamo, che produce borse da scarti di mela e pelle di cactus, offrendo sul mercato un’alternativa sostenibile e innovativa. Nel corso di queste settimane l’azienda ha però ricevuto una lettera di diffida per conto delle Concerie Italiane – Unione Nazionale Industria Conciaria (U.N.I.C.), in cui viene specificato che non possono essere utilizzati i termini “pelle vegetale di cactus” (che è la traduzione di vegan cactus leather, usato dal fornitore del materiale) ed “AppleSkin” (anch’esso usato dal fornitore del materiale).

Miomojo, il made in Italy che fa bene all’ambiente: borse in pelle di cactus e scarti di mela

In base al DLgs68/2020  ‘è vietata l’immissione e la messa a disposizione sul mercato con i termini, anche in lingua diversa dall’italiano, «cuoio», «pelle», «cuoio pieno fiore», «cuoio rivestito», «pelle rivestita» «pelliccia» e «rigenerato di fibre di cuoio», sia come aggettivi sia come sostantivi, anche se inseriti con prefissi o suffissi in altre parole o in combinazione con esse’.

Abbiamo contatto Claudia Pievani, fondatrice dell’azienda bergamasca Miomojo, per avere chiarimenti sull’accaduto. “Ci ha sorpreso questa diffida soprattutto, a nostro avviso, per l’inadeguatezza di questa legge, molto vecchia, ripresa dal 1966 e riconfermata nel 2020. Anziché andare avanti stiamo andando indietro. In seguito a tale diffida abbiamo sentito tutte le associazioni con cui lavoriamo, dal Wwf alla LAV, che ci hanno aiutato fornendoci molto materiale. Abbiamo scoperto che in Germania, un’altra azienda che produce accessori cruelty-free, quindi non in pelle animale, ha ricevuto la stessa diffida lo scorso anno, ma ha deciso di continuare ad utilizzare il termine pelle sintetica o vegetale e ricorrere ad un ampliamento del termine all’interno del vocabolario tedesco. Così è stato. Ed è quello che faremo anche noi“. 

“Riteniamo che questa diffida arriva da aziende che si trovano in difficoltà, ricorrendo quindi a questi strumenti. Ma far riferimento solo alla semantica riteniamo sia un po’ debole”. – aggiunge Claudia.

Ci spiega che ha contattato il direttore creativo dell’azienda Oatly che produce latte vegetale, al quale era stato detto di non utilizzare il termine latte. Quando all’epoca sono stati attaccati legalmente dall’industria casearia erano una piccola azienda con un fatturato di 20mln di euro. “Oggi sono una grandissima multinazionale grazie al fatto di aver reso pubblica questa accusa e aver fatto su questo un marketing molto interessante che gli ha fatti esplodere.  – racconta Claudia – Ho contattato il direttore creativo di Oatly chiedendo dei suggerimenti che sono subito arrivati“.

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Claudia rivolge un appello a nome delle aziende come Miomojo che offrono delle alternative sul mercato del pellame:Il futuro non si può fermare. Noi siamo il futuro. Ci impegniamo moltissimo per creare un’alternativa cruelty free, quindi rispettosa degli animali, e dell’ambiente. Il nostro appello è di lasciar perdere la semantica e di prevedere all’interno anche del vocabolario italiano che ci sia una distinzione tra quello che è pelle e pellame, come esiste negli altri paesi. Ad esempio in inglese pelle è “skin” mentre pellame è “leather “. 

L’intervista a Claudia Pievani, fondatrice dell’azienda Miomojo

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