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MIGRANTI AMBIENTALI, CHI SONO E PERCHE’ IL DEGRADO DEL SUOLO MINACCIA 2/5 DELL’UMANITA’?

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Migranti ambientali, chi sono e perchè il degrado del suolo minaccia 2/5 dell’umanità? Qualcuno li chiama migranti ambientali o profughi climatici. Altri profughi ambientali.

Altri ancora li definiscono rifugiati climatici.

Una definizione criticata dalle organizzazioni delle Nazioni Unite, perché la Convenzione di Ginevra del 1951 concede lo status di rifugiato solo a chi è perseguitato per razza, religione, cittadinanza, appartenenza a gruppo sociale o per le proprie opinioni politiche.

Ma chi sono i migranti ambientali? E perché le Nazioni Unite non gli riconoscono lo status di profugo?

Sono quelle persone costrette a migrare perché non possono più garantire la propria sopravvivenza nei luoghi in cui vivono, principalmente a causa dei fenomeni ambientali conseguenti ai cambiamenti climatici come: siccità, desertificazione, deforestazione, erosione e altre forme di degrado del suolo.

Il Parlamento europeo, ha segnalato che nel 2014 17,5 milioni di persone hanno lasciato il loro paese a seguito di catastrofi correlate al clima. Una migrazione che ha interessato principalmente le regioni meridionali.

Numeri in costante aumento.

Ma non è tutto. Accanto ai migranti ambientali, ci saranno anche coloro che migreranno a causa delle guerre generate dagli squilibri ambientali.

In primis, le guerre per l’acqua.

Il degrado del suolo, come rivela un vasto studio dell’Onu condotto per tre anni da oltre un centinaio di scienziati (nell’ambito della Piattaforma intergovernativa politico-scientifica sulla biodiversità e i servizi eco sistemici “Ipbes”, sostenuta da 129 paesi), minaccia il benessere di due quinti dell’umanità, più di 3,2 miliardi di persone. Aumentando il rischio di guerre (del 45%) e migrazioni.

La ricerca Onu, presentata solo ieri a Medellin in Colombia, sostiene che la perdita di vegetazione, deforestazione, prosciugamento di zone umide, conversione di praterie, espansione urbana e inquinamento, costano all’umanità più del 10% del Pil globale attraverso la perdita di servizi eco sistemici, come la cattura del carbonio e la produttività agricola.

Inoltre, il degrado del suolo aumenta il rischio di inondazioni ed erosione e il diffondersi di malattie infettive come Ebola e il virus di Marburg.

Entro il 2050, secondo lo studio, tra i 50 ed i 700 milioni di persone potrebbero essere costrette a lasciare le loro terre.

Sud dell’Iraq, Afghanistan, Africa Sub-Sahariana e Asia Meridionale sono indicate come le zone più a rischio.

In un altro rapporto pubblicato dalla Banca Mondiale e curato da un gruppo di ricercatori universitari, cita i casi di Etiopia, Bangladesh e Messico.

La rappresentazione sul numero dei migranti climatici è stata calcolata grazie ad un modello ad hoc che incrocia indicatori come crescita della temperatura, evoluzione delle precipitazioni, risalita del livello dei mari e dati demografici e socio economici.

Sulla base di questi dati sono stati individuati tre scenari. Il peggiore, prevede 86 milioni di migranti in Africa sub sahariana, 40 milioni nell’Asia meridionale e 17 milioni in America latina

Per quanto riguarda l’Italia, qualche apertura da parte della Commissione Nazionale per il diritto d’asilo c’è stata, con il riconoscimento di alcuni casi di inondazioni con perdita della casa e di tutti i beni come una forma di vulnerabilità che richiede protezione.

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