MICROPLASTICHE, COMMISSIONE UE: “ORMAI NELLA CATENA ALIMENTARE”

Microplastiche. La presenza di microplastiche si è fatta sempre più pervasiva. Anche in Italia. Lo conferma uno studio dell’università di Pisa, pubblicato su “Environmental Science and Technology”, la rivista dell’American Chemical Society.

“Le nostre ricerche stanno mettendo in evidenza quanto questa forma di contaminazione ambientale possa essere pressoché onnipresente anche nelle zone di intensa frequentazione turistica”, Valter Castelvetro, docente di Chimica Industriale e coordinatore della ricerca.

Lo studio ha analizzato dei campioni di sabbia raccolti nei pressi delle foci dei fumi Arno e Serchio, in Toscana, per determinare la quantità e la natura dei frammenti di plastica inferiori ai 2 millimetri. I risultati hanno evidenziato la presenza di notevoli quantità di materiale polimerico parzialmente degradato, fino a 5-10 grammi per metro quadro di spiaggia, derivante per lo più da imballaggi e da oggetti monouso abbandonati in loco, ma in prevalenza portati dal mare.

A partire da questi primi dati raccolti nelle analisi a campione, i ricercatori stimano che la quantità di microplastiche sulle spiagge italiane sia tra le 1000 e le 2000 tonnellate.

Secondo le stime della Commissione Europea, ogni anno, in tutto il mondo, vengono prodotti oltre 300 milioni di tonnellate di plastica, metà del quale è “usa e getta”, almeno 8 milioni di tonnellate finiscono nei nostri oceani. Sempre secondo la Commissione europea, tra il 69 e l’81% di microplastiche nell’ambiente marino proviene dalla degradazione incompleta di oggetti dai prodotti usa e getta, ai tessili, all’attrezzatura per la pesca. Mentre una seconda fonte di produzione, arriva dall’introduzione volontaria delle microsfere, o microbeads, in tutta una serie di prodotti di uso comune, come quelli per l’igiene personale e industriale, su cui la stessa Commissione ha promosso uno studio ad hoc. Ma anche semplicemente lavando i nostri indumenti sintetici in lavatrice.

Micro e nano plastiche sono particelle solide e insolubili in acqua, inferiore a 5 mm e includono anche plastiche di dimensioni nanometriche (nanoparticelle). Derivano dai polimeri di maggior uso, come polietilene, polipropilene, polistirene, poliammide (nylon), polietilene tereftalato, polivinilcloruro, acrilico, polimetilacrilato.

Su richiesta dell’Istituto federale tedesco per la valutazione dei rischi (BfR), il gruppo di esperti scientifici sui contaminanti nella catena alimentare delll’Agenzia per la Sicurezza Alimentare europea (EFSA), ha rilasciato una relazione sulla presenza di microplastiche e nanoplastiche negli alimenti, con particolare attenzione ai frutti di mare. La relazione è stata redatta nel 2016 ma non vi sono dati sufficienti sulla tossicità e il destino di questi materiali quando vengono ingeriti, per effettuare una valutazione completa del rischio. «Alcuni studi indicano che le microplastiche, dopo il consumo negli alimenti, possono trasferirsi nei tessuti” hanno affermato i ricercatori di EFSA – “È quindi importante stimare l’assunzione media. Sappiamo che le nanoparticelle di sintesi (da diversi tipi di nanomateriali) possono penetrare nelle cellule umane, con potenziali conseguenze per la salute. Ma sono indispensabili ulteriori ricerche e maggiori dati”. Nel 2017, la stessa Agenzia per la Sicurezza Alimentare, a inserire come tema di ricerca prioritario, a tutela della salute dei cittadini europei, la presenza di micro e nanoplastiche nel cibo umano e animale.

 

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