MORTE TOTO’ RIINA, IL CAPO DEI CAPI DI COSA NOSTRA

Alle 3:37 di questa notte, nel reparto detenuti dell’ospedale di Parma, è morto il boss mafioso Toto’ Riina.

Solo ieri aveva compiuto 87 anni.

Malato da anni e operato due volte nelle scorse settimane, dopo l’ultimo intervento era entrato in coma.

“Massimo riserbo. Al momento nessun commento” – sono le uniche parole di Luca Cianferoni, uno degli avvocati storici di Toto’ Riina, che nel giugno scorso, durante una delle udienze del processo d’appello per la strage del treno 904 a Firenze, era tornato a chiedere “la detenzione domiciliare ospedaliera” per Riina.

“Ha diritto a morire dignitosamente – spiegò Cianferoni – non abbiamo mai chiesto che torni a casa, ma che sia assistito in ospedale”.

Richiesta respinta, nel mese di luglio, dal tribunale di sorveglianza di Bologna.

Ieri, dopo l’autorizzazione del ministro della Giustizia Andrea Orlando, Riina era stato raggiunto dalla moglie e la figlia.

A Parma è in arrivo anche il terzogenito del boss e di Ninetta Bagarella, Salvo, che ha già scontato 8 anni in carcere per mafia e che ieri aveva fatto gli auguri per il compleanno al padre con un post su Facebook: “Per me tu non sei Toto’ Riina sei il mio papà. In questo giorno per me triste ma importante ti auguro buon compleanno papà. Ti voglio bene, tuo Salvo”.

Un altro figlio, Giovanni, si trova invece in carcere.

Un funerale pubblico non è pensabile – lo chiarisce subito la Cei – al massimo, se i familiari lo chiederanno, prima della sepoltura un sacerdote potrà dire una preghiera e una benedizione, che non si nega a nessuno e «non rappresenta un giudizio», anche perché a quel punto Riina dovrà affrontare ben altro tribunale, «il giudizio supremo, quello di Dio».

“Ricordo la scomunica del Papa ai mafiosi e la condanna inequivocabile della Chiesa – chiarisce Don Ivan Maffeis, portavoce della Conferenza episcopale italiana.

I mafiosi «che adorano il male» sono «sco-mu-ni-cati» – disse il 21 giugno 2014 Papa Francesco nella Piana di Sibari.

Arrestato il 15 gennaio 1993, nonostante la detenzione al 41 bis da 24 anni per scontare i 26 ergastoli a cui è stato condannato, per gli inquirenti Riina era ancora il capo di Cosa nostra.

“La fine di Riina non è la fine della mafia siciliana che resta un sistema criminale di altissima pericolosità” – è il commento del presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, Rosy Bindi, che poi ricorda che “Toto’ Riina è stato il capo indiscusso e sanguinario della Cosa Nostra stragista. Quella mafia – aggiunge la Bindi – era stata già sconfitta prima della sua morte, grazie al duro impegno delle istituzioni e al sacrificio di tanti uomini coraggiosi e giusti”.

“La pietà non ci fa dimenticare il dolore e il sangue versato” – ha scritto su Facebook il presidente del Senato Pietro Grasso, magistrato che con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ha combattuto Totò Riina.

“Non gioisco per la sua morte, ma non posso perdonarlo. Come mi insegna la mia religione avrei potuto concedergli il perdono se si fosse pentito, ma da lui nessun segno di redenzione è mai arrivato” – è invece il commento all’ANSA di Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso dalla mafia.

“È morto Salvatore Riina il boia di via dei Georgofili del 27 Maggio 1993. In via dei Georgofili ha messo in atto ‘La strage del 41 bis’ come la definì il Procuratore Gabriele Chelazzi: 5 morti, 48 feriti sono stati il tentativo di Salvatore Riina di far abolire il 41 bis – commenta invece Giovanna Maggiani Chelli, dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, che poi aggiunge – Abbiamo speso 25 anni della nostra vita e non ce l’ha fatta Salvatore Riina a fare abolire sulla carta bollata il carcere duro ed è morto a 41 bis, questo è quanto dovevamo ai nostri morti”.

Un uomo feroce, il ritratto di una belva così lo dipingeva Tommaso Buscetta, il boss dei due mondi, esponente di massimo prestigio all’interno di Cosa Nostra e successivamente collaboratore di giustizia durante le inchieste coordinate dal magistrato Giovanni Falcone.

Riina si era fatto largo scatenando conflitti, ordinando esecuzioni, sfidando lo Stato, eliminando uomini e simboli del potere democratico.

Accanto alla sua la scalata al potere mafioso, il Capo dei Capi aveva lanciato la sua sfida allo Stato e agli uomini delle istituzioni che rappresentavano una minaccia per Cosa nostra.

È lunga la lista delle personalità che sono morte per mano di Riina.

Da Michele Reina a Piersanti Mattarella a Pio La Torre.

Hanno perso la vita magistrati come Cesare Terranova, Gaetano Costa, Rocco Chinnici, giornalisti come Mario Francese, investigatori come Boris Giuliano, Emanuele Basile, Mario D’Aleo, Ninni Cassara’, Giuseppe Montana.

Medici incorruttibili come Paolo Giaccone e superprefetti come Carlo Alberto Dalla Chiesa.

L’obiettivo di Riina era l’impunità.

Per questo aveva ordinato l’eliminazione del procuratore generale Antonino Scopelliti, che avrebbe dovuto sostenere in Cassazione l’accusa per il maxiprocesso.

Il boss di Cosa Nostra cercava in questo modo una strada per pilotare la sentenza. E quando le condanne furono confermate in blocco, decretò l’uccisione di Salvo Lima, l’uomo di Giulio Andreotti, dal quale si aspettava un intervento sui giudici.

Poi, il grande “botto” con le stragi di Capaci (Giovanni Falcone) e via d’Amelio (Paolo Borsellino).

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