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Madagascar, la stagione degli incendi è in anticipo ma il coronavirus impedisce di combatterla

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La stagione degli incendi è iniziata in anticipo in Madagascar, con il numero di roghi raddoppiato rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. La pandemia del coronavirus ha complicato gli sforzi, impedendo alle autorità sul campo di intervenire.

La stagione degli incendi ha un ruolo fondamentale all’interno del Tsingy de Bemaraha National Park in Madagascar: solitamente gli incendi, utilizzati per pulire i terreni e creare i pascoli, iniziano verso giugno e raggiungono il picco verso ottobre, prima di essere spenti con l’arrivo della stagione delle piogge. Ma quest’anno gli incendi sono iniziati in anticipo, e la pandemia del coronavirus ha complicato gli sforzi per contenerli.

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I casi di coronavirus in Madagascar sono solamente 1,800, ma gli effetti socioeconomici della pandemia rischiano di essere catastrofici per il paese. “I nostri risultati preliminari mostrano chiaramente che la pandemia del COVID-19 ha avuto un effetto sulle aree protette del Madagascar, e che la pressione umana sia aumentata” ha spiegato Johanna Ekldude, ricercatrice del Digital Geography Lab dell’Università di Helsinki “è chiaro che le aree protette nelle foreste secche del Madagascar siano le più colpite”. Eklund guida un team che ha analizzato i dati satellitari della NASA sugli incendi attivi, concentrandosi sulle aree protette e confrontando i dati del 2019 con quelli del 2020. Secondo i dati gli incendi  tra il 1° marzo e il 17 maggio sono aumentati dell’81% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. 29 delle 113 aree protette hanno mostrato un’attività degli incendi maggiore rispetto al 2019. I dati sono consistenti con i dati del ministero dell’ambiente del Madagascar. La regione Melaky è tra quelle più colpite dagli incendi.

 

Le aree protette, che solitamente attirano migliaia di turisti l’anno, sono le più colpite dal lockdown, ed anche queste ne pagheranno le conseguenze. La situazione è preoccupante nelle aree protette secondo il Forum des Professionnels de la Gestion des Aires Protégées Terrestres de Madagascar, o Forum LAFA, che ha condotto indagini su 60 aree protette: il risultato è che dall’inizio del lockdown le attività illegali nella foresta sono aumentate, sebbene non si è ancora in possesso di dati che riguardano il danno effettivo. Gli incendi nel Tsingy de Bemaraha National Park sono un fenomeno annuale, specialmente ai confini del parco: “Il drammatico aumento degli incendi nel Tsingy de Bemaraha potrebbe essere legato alla perdita delle entrate del turismo, il che vuole dire che ora le persone possono fare affidamento solo sulla terra”.

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Durante la prima settimana di lockdown, le persone erano a conoscenza del fatto che il governo sarebbe stato impegnato con la crisi climatici e avrebbe ridotto i controlli nella foresta. Di conseguenza il numero di incendi è aumentato enormemente” ha spiegato Tania Andriamanana, direttore esecutivo di Fanamby. La riduzione delle attività di agenzie di stato ed ONG si è tradotto nella creazione di un minor numero di viali tagliafuoco: “In alcuni dei nostri siti creiamo e manteniamo puliti dei viali tagliafuoco, un attività che viene fatta in gruppi” ha spiegato Pete Lowry, direttore del Missouri Botanical Garden, che gestisce 11 aree protette in Madagascar “Ma i servizi forestali e le altre attività governative non sono riuscite a rispondere attivamente durante la pandemia”.

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 Ma le difficoltà rimangono anche ora che le restrizioni sono state allentate. La presenza limitata di agenti statali sul campo rende anche più difficile controllare l’area; anche le attività di sensibilizzazione sono state ridotte durante la pandemia, e di conseguenza le autorità a controllo della foresta rischiano di essere minacciate dai membri della comunità, che li considerano come persone che vogliono imporre leggi ingiuste. Il timore è che i gruppi locali che pattugliano le aree protette possano anche essere sciolti, qualora dovesse aumentare la pressione all’interno delle comunità.

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