Politica

SHOW DI VERDINI. GRASSO LASCIA IL PD

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Roma. Il Rosatellum-bis diventa legge dello Stato dopo una maratona di 8 voti di fiducia tra Camera e Senato.

Al Senato il voto finale vede 214 voti favorevoli, 61 no e 2 astensioni.

La legge nasce dall’accordo a quattro tra PD-FI-LEGA-AP, ma per strada raccoglie anche il gruppo dei transfughi verdiniani di ALA e altre forze minori come i fittiani e l’Udc. Più che il loro voto, è stata  decisiva la loro presenza per assicurare il numero legale.

Una riforma elettorale duramente osteggiata da MDP, SI e dal M5S che esce dall’aula prima del voto

Si chiude, almeno per il momento , una brutta pagina, per la democrazia parlamentare italiana, fatta di giravolte, mille polemiche e trasformismi.

Al parto della legge, più che il dialogo e il confronto, è servito un accordo di parte blindato dai quattro partiti e che pure alla fine si stava rivelando insufficiente, tanto che ha dovuto cercare il sostegno del manipolo di senatori, organizzato da Denis Verdini.

Insomma un vero autogol per il Governo e per il Pd che la legge hanno fortemente voluto e difeso da ogni possibile attacco.

Ovviamente alla fine il più contento di tutti è Denis Verdini che nel suo intervento ha rivendicato il ruolo di Ala che è da sempre a sostegno del Governo, “frutto dell’accordo tra due innovatori: Silvio Berlusconi e Matteo Renzi”.

Infine Verdini, si è detto pronto a votare tutte le leggi in giacenza in Senato, dal testamento biologico allo Ius soli. “Siamo stati leali con Letta, poi con Renzi, lo saremo anche con Gentiloni, fino alla fine della legislatura”

Durante la sua dichiarazione di voto il M5S ha abbandonato l’aula, non partecipando al voto finale.

Adesso la palla passerà al capo dello Stato, Sergio Mattarella, cui spetterà l’onere di controfirmare la legge, rendendola esecutiva.

Arriva quindi la parola fine a tutta la vicenda. Il M5S rinuncia anche a ulteriori proteste, e incassa il credito di immagine dopo la giornata ieri.

Un giornata da incorniciare per il M5S che è apparso agli occhi di tutti come il fiero oppositore a una legge che sarà certamente approvata ma che difficilmente troverà mai padri nobili nel sostenerla.

Un voto che ha sempre assistito il premier Gentiloni che ha incassato la vittoria finale senza particolari difficoltà di voto, con un margine sempre largo che soltanto nella quinta votazione è sceso a 145 sì e 61 no.

Ma indubbiamente con una immagine duramente intaccata dalle proteste di tanti parlamentari e dai mugugni di altrettante personalità che, come avrebbe detto Indro Montanelli, hanno votato per senso di responsabilità, ma sicuramente “turandosi il naso”.

Emblema di questo stato di cose il presidente emerito Giorgio Napolitano che verso mezzogiorno di ieri ha preso la parola criticando fortemente il testo denunciandole “forti pressioni”, subite da Gentiloni, da parte di chi, (il segretario del Pd Matteo Renzi), a tutti i costi ha voluto la fiducia. Poi Napolitano, sorretto da commessi e vecchi amici, è uscito dall’aula, evitando di votare la fiducia.

E che la spaccatura sia molto ampia lo attestano le assenze di tutti i senatori a vita (Renzo Piano, Elena Cattaneo, Mario Monti oltre a Napolitano che invece sarà presente per il voto finale sulla legge), con il solo Rubbia che ha votato la fiducia.

Per il governo hanno votato i senatori del Pd (ma con tante defezioni tra cui Chiti, Micheloni, Tocci, Mucchetti e Manconi), Ap, e sopratutto i 15 senatori verdianiani di Ala che, a conti fatti, hanno immediatamente rimpiazzato i numeri fatti mancare da Mpd.

La bagarre di ieri era scoppiata, intorno all’ora di pranzo durante la seconda chiama di fiducia quando il senatore grillino MIchele Giarrusso si esibiva nel gesto dell’ombrello verso Denis Verdini. Ovviamente scoppiava il putiferio con urla e grida, commessi al placcaggio di senatori che tentavano l’arrembaggio, con il presidente Grasso che era quasi sul punto di sospendere i lavori che invece poi continuavano, anche perché molti senatori iniziavano a scemare, per trasferire il lo dissenso fuori da palazzo Madama.

Fuori dall’aula il Movimento democratico di Speranza e Bersani, che martedì in tarda serata erano saliti al Quirinale per comunicare che il loro sostegno al Governo era venuto meno. Con  essi i senatori di Sinistra Italiana e tutta la platea dei senatori del Movimento 5 Stelle che si ritrovava di lì a poco in piazza della Minerva, intorno alla fontana gremita di tanti attivisti, intorno al gruppo dirigente del movimento arringato da Beppe Grillo, arrivato appositamente a Roma.

Urla, grida, bende bianche, invettive soprattutto all’indirizzo del presidente Mattarella, di Grasso, della Boldrini e anche per Salvini che indubbiamente ha fatto la differenza in questa contestata kermesse di voto e dal quale, dopo aver incassato l’appoggio grillino ai referendum, ci si sarebbe aspettato un atteggiamento più morbido e dialogante con i 5 stelle.

Adesso i partiti che si sono opposti alla legge cercheranno, ovviamente invano, la sponda di Mattarella che da sempre aveva spinto il Parlamento a una nuova legge elettorale.

 

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