L’Italia perde 5 chilometri all’anno di coste naturali a causa delle costruzioni artificiali

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Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, ha presentato oggi i dati relativi alle coste italiane. E non sono confortanti.

In Italia su 8.300 Km di costa, il 13% è occupato da opere artificiali. E questa percentuale cresce ogni anno di più. È quanto emerge dall’aggiornamento della banca dati Linea di Costa Italiana 2020, che analizza la fascia costiera italiana e che è stato presentato oggi da Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale.

La lunga costa del Bel Paese sta cambiando forma e come al solito a metterci lo zampino è l’essere umano. I ricercatori di Ispra parlano, infatti, di artificializzazione della costa. Cosa significa?

Filippo D’Ascola, ingegnere tecnologo dell’Ispra, spiega a TeleAmbiente che “la linea di costa, cioè il tratto tra la spiaggia e il mare, è occupato per gran parte da costa naturale. Ma la linea di costa occupata da un porto, un’opera di difesa costiera e altro aumenta sempre più”. 

Negli ultimi 20 anni la parte della costa occupata da opere costruite dall’essere umano è aumentata di 100 chilometri. “Ciò vuol dire che ogni anno è come se perdiamo Fregene”. 

Il fenomeno dell’artificializzazione, poi, è ancora più rilevante nelle zone retrostanti le spiagge.  

“La parte artificiale di retrospiaggia è aumentata di 10 chilometri all’anno”, spiega l’ingegnere D’Ascola. “E questo solo per quanto riguarda i tratti molto urbanizzati in cui si trova il cemento. Perché se si considerano l’ambiente urbano sparso questo da solo vale il 30% di tutto quello che c’è dietro le spiagge”. 

La gestione delle coste in Italia – come, a dire il vero, in buona parte dei Paesi industrializzati – sta portando ad una serie di problemi relativi all’erosione delle coste. Cosa bisogna fare per bloccare il fenomeno?

“Dobbiamo prima di tutto diminuire l’incremento che è quasi lineare. I tratti liberi di costa diventano sempre di meno, i tratti importanti per il turismo iniziano ad essere puniti da questa gestione delle coste quindi bisognerebbe cominciare a lavorare in modo diverso. Altrimenti il mare arriva”, conclude D’Ascola.

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