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Rifiuti Speciali 2021, presentato nuovo rapporto Ispra: “Italia ne recupera il 69% ma i veicoli fuori uso sono un problema”

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“Il Pnrr rappresenta un’ulteriore occasione per migliorare la nostra capacità di recupero dei materiali cercando di incrementare le prestazioni anche energetiche in campo edilizio”. Le parole del direttore generale dell’ISPRA Alessandro Bratti alla presentazione del nuovo Rapporto Rifiuti Speciali giunto alla 20°edizione.

Con 10,5 milioni di tonnellate in più prodotte nel 2019 (+7,3%), in linea con la crescita del Pil, la produzione di rifiuti speciali in Italia sfiora la cifra di 154 milioni di tonnellate. Il 45,5% è costituito dai rifiuti provenienti dal settore delle costruzioni e demolizioni (oltre 70 milioni di tonnellate). Molto bene il riciclo: si recupera materia dal 69% dei rifiuti avviati a gestione, solo il 7,3% è smaltito in discarica. I rifiuti non pericolosi (93,4% del totale) aumentano di 10,4 milioni di tonnellate (+7,8%), mentre quelli pericolosi di 110mila tonnellate (+1,1%).

E’ quanto rileva il Rapporto Rifiuti Speciali dell’ISPRA  che quest’anno giunge alla sua 20° edizione. Il Rapporto, predisposto dal Centro Nazionale dei rifiuti e dell’economia circolare di ISPRA, in collaborazione con il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, esamina oltre 60 indicatori elaborati a livello nazionale, di macroarea geografica e regionale, nonché per attività economica e per tipologia di rifiuto.

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Il recupero è molto efficiente soprattutto su quelli da demolizione e costruzione, per i quali l’Italia con un 78,1% si attesta sopra l’obiettivo europeo di recupero (70% entro il 2020). Meno bene per i veicoli fuori uso: siamo al di sotto di quanto richiesto dall’Europa in termini di recupero totale del veicolo.

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“La sfida per la nostra industria è diminuire la quantità di rifiuti speciali attraverso l’ottimizzazione dei cicli produttivi e l’ecoprogettazione, applicando tecniche in grado di rendere i prodotti maggiormente riciclabili o facilmente smontabili”, rileva ISPRA.

Secondo il report, gli impianti di gestione dei rifiuti speciali operativi sono 10.839; 4.619 (il 42,6% del totale) quelli dedicati al recupero di materia. A gestire e produrre la maggior parte dei rifiuti speciali in Italia sono le regioni del Nord dove il tessuto industriale è più sviluppato: 88,6 milioni di tonnellate (57,6% del dato complessivo nazionale) sono prodotti in quest’area del Paese e oltre la metà degli impianti di gestione operativi si trova al Nord. Soprattutto in Lombardia, dove sono localizzate 2.180 infrastrutture, il 20,1% del totale nazionale. 

I dati 2019 consentono di avere una fotografia della situazione pre-pandemia. “Il Pnrr rappresenta un’ulteriore occasione per migliorare la nostra capacità di recupero dei materiali cercando di incrementare le prestazioni anche energetiche in campo edilizio – sottolinea il direttore generale dell’ISPRA Alessandro Bratti – Occorre potenziare e migliorare l’impiantistica per raggiungere gli obiettivi europei e per proporci sempre di più come leader a livello europeo nell’economia circolare“.

I rifiuti speciali non pericolosi sono il 93,4% del quantitativo complessivo. La maggiore produzione di rifiuti speciali non pericolosi deriva dal settore delle costruzioni e demolizioni (48,4% del totale prodotto, corrispondente a 69,6 milioni di tonnellate), seguito dalle attività di trattamento di rifiuti e di risanamento (24,6%) e da quelle manifatturiere (17,7%), corrispondenti in termini quantitativi, rispettivamente, a 35,3 milioni di tonnellate (comprensive dei quantitativi di rifiuti derivanti dal trattamento dei rifiuti urbani) e a quasi 25,4 milioni di tonnellate. Alle restanti attività, nel loro insieme, corrisponde il 9,3% del totale di rifiuti non pericolosi prodotti (circa 13,5 milioni di tonnellate).

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L’analisi dei dati per tipologia dei rifiuti non pericolosi evidenzia come i rifiuti delle operazioni di costruzione e demolizione costituiscano il 47,5% della produzione totale, quelli prodotti dal trattamento dei rifiuti e delle acque reflue il 27,5%, cui seguono i rifiuti prodotti dai processi termici, che rappresentano il 6,1%, e i rifiuti non specificati altrimenti nell’Elenco Europeo, 4,1%. Il settore manifatturiero produce il 37% del totale dei rifiuti speciali pericolosi, corrispondente a circa 3,8 milioni di tonnellate. Il 32,6% è attribuibile alle attività di trattamento rifiuti e di risanamento ambientale, pari a 3,3 milioni di tonnellate; segue il settore dei servizi, del commercio e dei trasporti (20,5%) con quasi 2,1 milioni di tonnellate, di cui oltre 1,5 milioni di tonnellate di veicoli fuori uso.

“Guai a scambiare le semplificazioni necessarie in un ‘liberi tutti’. Ma soprattutto nessun passo indietro sul ruolo, fondamentale, di strutture come l’Ispra, il Sistema nazionale di protezione ambientale e l’Autorità nazionale anticorruzione“. È netta la presa di posizione di Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente, sui segnali di depotenziamento del sistema dei controlli che arrivano dal Governo, che ha espresso durante la presentazione del Rapporto Rifiuti Speciali 2021 di Ispra e Snpa. “Si sta per aprire – continua il presidente di Legambiente – una grande stagione pluriennale di appalti pubblici, autorizzazioni di opere e impianti, aperture di cantieri, movimentazione di terre e rocce da scavo e trasporto e gestione di rifiuti speciali a loro connessi. Serve un’azione decisa da parte dell’esecutivo per il potenziamento degli enti pubblici che in Italia sono preposti alle istruttorie e alle valutazioni dei progetti, ai controlli ambientali e a quelli indispensabili per prevenire e contrastare la corruzione. Registriamo invece con grande preoccupazione segnali che vanno nella direzione opposta“.

È infatti dei giorni scorsi la netta presa di posizione del presidente dell’Anac, Giovanni Busia, che ha denunciato il mancato rafforzamento dell’organico dell’Autorità e il rischio di compromettere la credibilità del sistema anticorruzione, proprio quando dovrebbe essere massima l’attenzione per mettere al riparo da tangenti di pseudo imprenditori e interessi dei clan le risorse previste dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Una connessione, quelle tra corruzione e ambiente, sempre più stretta, come ha segnalato l’ultimo Rapporto Ecomafia di Legambiente, con 134 inchieste che hanno riguardato appalti e opere pubbliche dal 1 gennaio 2019 al 17 ottobre 2020, ben 780 persone arrestate, 1.081 persone denunciate, 298 sequestri e 41 procure impegnate nelle attività d’indagine. Ridurre, di fatto, l’efficacia e l’indipendenza dei controlli rischia di spalancare anche la porta alle mafie, che sempre di più si stanno plasmando sul profilo economico delle loro attività, come conferma l’incremento del 9,7% delle interdittive antimafia nei confronti di imprese durante la fase più pesante della pandemia (marzo 2020-febbraio 2021), rispetto all’anno precedente.

All’evento hanno partecipato tra gli altri, Laura D’Aprile (direttore Dipartimento per la transizione ecologica e gli investimenti verdi del MITE), Cinzia Vezzosi (presidente EURIC), Maria Cristina Piovesana (vicepresidente per Ambiente, Sostenibilità e Cultura di Confindustria), Stefano Vignaroli (presidente Commissione parlamentare attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali). A presentare i dati del Rapporto Valeria Frittelloni, responsabile del Centro nazionale dei rifiuti e dell’economia circolare dell’Ispra.

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