Home Inquinamento Plastica e microplastiche Le spiagge dell’Isola di Pasqua sono invase dalla nostra plastica

Le spiagge dell’Isola di Pasqua sono invase dalla nostra plastica

Le spiagge dell’Isola di Pasqua sono invase dalla nostra plastica

In uno degli angoli più remoti del pianeta finiscono ogni ora circa 500 pezzi di plastica. I rifiuti che arrivano sull’Isola di Pasqua, vengono da molto lontano.

Situata nel cuore dell’Oceano Pacifico meridionale, l’Isola di Pasqua è uno dei gioielli naturalistici della Polinesia. La remota isola vulcanica appartenente al Cile però, non è abbastanza lontana dall’inquinamento.

Sull’atollo infatti, arrivano tonnellate di rifiuti in plastica ogni anno. Le onde che si infrangono sulle spiagge cristalline, anziché  portare coralli o conchiglie, depositano sulla sabbia tappeti di spazzatura che portano i colori delle più note multinazionali.

Si stima che sulle spiagge dell’isola – situata a circa 3.700 km a ovest del Cile – arrivi 50 volte più plastica che sulla terraferma cilena. La causa principale è la corrente a spirale nota come “vortice del Pacifico meridionale”, che agendo come un imbuto risucchia la plastica da zone lontane come la Nuova Zelanda e le riversa sulle coste dell’isola ad ogni marea.

L’impianto di riciclaggio di Orito riceve costantemente montagne di rifiuti raccolti dalle pattuglie civiche di pulizia. Molta della plastica che arriva nell’impianto dell’atollo, rivela la sua provenienza: alcuni pezzi provengono da navi del Cile e della Nuova Zelanda.

Paesi ai quali sono state inviate lettere, come spiega Paoa Kannegiesser al Guardian: “Abbiamo scritto lettere dicendo loro: ‘La vostra plastica è qui. Perché la tua plastica è qui? Che cosa hai intenzione di fare?” Non abbiamo mai ricevuto alcuna risposta”.

La risposta degli abitanti di Rapa Nui all’inquinamento da plastica

La discarica cittadina ora produce pellet di plastica utilizzati per costruire tavoli e arredi per la casa, ma la montagna di rifiuti continua a crescere. In soli 163 km quadrati di terra, arrivano ogni anno 4,4 milioni di rifiuti, circa 500 pezzi all’ora. Il calcolo, effettuato da uno studio dell’Università Cattolica del Nord del Cile, descrive una situazione al collasso che sta soffocando Rapa Nui (così si chiama l’isola nella lingua indigena).

Tra le iniziative degli abitanti dell’isola, anche quella presentata da Felipe Tepano, un anziano di Rapa Nui membro del Consejo del Mar, in occasione di un vertice sulla plastica tenutosi ad aprile sull’isola. Tepano ha proposto un incentivo (per cui non ha ricevuto ancora finanziamenti) che pagherebbe 2.000 pesos (1,75 sterline) per ogni chilogrammo di plastica recuperato. Il piano aiuterebbe ad intercettare i pezzi di plastica più grandi e a limitare la confusione dei pesci, che finiscono per mangiare la plastica. “La mia eredità ai miei nipoti dovrebbe essere che possono ancora mangiare pesce”, spiega Tepano.

Purtroppo, anche nei paradisi più remoti del pianeta l’inquinamento da plastica riesce ad insinuarsi creando enormi danni agli ecosistemi e alle popolazioni indigene. A confermarlo non c’è solo il caso dell’Isola di Pasqua, ma anche un recente studio pubblicato sul Marine Pollution Bulletin. La ricerca, analizzando i rifiuti sulle spiagge dell’arcipelago di Chagos, in Indonesia, ne ha rilevato la provenienza. Il 72% della plastica ritrovata era stata prodotta dai colossi Danone e Coca-Cola.