Pericolo nucleare, Ricotti: “Le centrali ucraine sono sicure, anche se cadesse un missile non uscirebbe materiale radioattivo”

E sul Deposito Nazionale di rifiuti nucleari da costruire in Italia: “Sono previsti quattro strati di sicurezza per cui non ci sarebbe pericolo in caso di attacco militare”. La replica del comitato No Nucleare di Viterbo: “Non è così, il pericolo è concreto”

La guerra in corso tra Russia e Ucraina ha riportato l’attenzione sulla questione nucleare. Sia per quanto riguarda lo spettro dell’utilizzo della bomba atomica, sia per quanto riguarda il pericolo di bombardamenti nei pressi delle centrali nucleari presenti in Ucraina.

Professor Marco Ricotti, ingegnere e docente di Impianti nucleari al Politecnico di Milano, lei ha più volte sottolineato che le bombe atomiche e le centrali nucleari sono due cose ben diverse. Esiste però un pericolo reale nel momento in cui le centrali venissero colpite da missili? E se una centrale colpita, potrebbe fare gli stessi danni di una una bomba nucleare? 

“No, assolutamente. I reattori nucleari non possono fisicamente esplodere come esplodono le bombe nucleari. Questo per un motivo fisico. Anche se bisogna ricordare che il materiale contenuto all’interno dei reattori nucleari è molto di più del materiale contenuto in una testata atomica. Ma la configurazione del materiale stesso è il tipo di funzionamento del reattore – i reattori nucleari funzionano a neutroni lenti mentre le bombe nucleari esplodono utilizzando i neutroni veloci – fanno sì che le due cose non siano comparabili. Per quanto riguarda un possibile attacco a una centrale nucleare, la premessa è che manca il movente. Non è realistico pensare che ci sia qualcuno che voglia coscientemente danneggiare una una centrale nucleare perché chi vive su su quel territorio, dunque chi è attaccato, non ha interesse e danneggiarla perché, appunto, si trova sul proprio territorio. Chi attacca, invece, attacca non vuole creare nubi radioattive che non può tele-guidare. Quindi la nube radioattiva non solo danneggerebbe i propri soldati, le proprie truppe, ma rischierebbe di tornare indietro spinta dal vento, nella propria nazione. Detto ciò, non basterebbe certo un missile a danneggiare una centrale”. 

Quindi non regge neanche l’ipotesi di un danneggiamento involontario?

“No, il bombardamento con uno o due missili di cui si è perso il controllo non sarebbe sufficiente a danneggiare seriamente un reattore. Perché, in particolare le centrali ucraine, a differenza di Chernobyl, hanno un edificio di sicurezza fatto in cemento armato con uno spesso di 1,5 metri, quasi 2 metri, e quindi difficilmente  perforabile da un missile. Ma anche se lo fosse, poi bisognerebbe andare a danneggiare il reattore o i sistemi di sicurezza o i diesel di emergenza. Insomma, ci sono altre strutture, altri metri di cemento armato, prima di poter arrivare a un danno serio”.

Sempre sulla questione sicurezza, ma rientriamo in Italia. La Sogin, la partecipata dello Stato che si occupa dello stoccaggio dei rifiuti nucleari prodotti in Italia, ha fatto sapere di aver inviato la CNAI – cioè la lista delle aree idonee ad ospitare il Deposito Nazionale dei rifiuti nucleari – al Ministero della Transizione ecologica. Alcuni degli abitanti delle aree che potrebbero trovarsi nella lista, nei mesi scorsi hanno mostrato preoccupazione relativamente alla possibilità che in un’ipotetica guerra questo deposito possa essere bombardato e quindi rilasciare materiale radioattivo nell’ambiente. È una cosa di cui dovremmo preoccuparci?

“No, realisticamente direi di no. Per due motivi. Primo, i rifiuti che saranno conferiti in quel Deposito saranno rifiuti a bassa o  bassissima radioattività. Niente a che vedere con il combustibile esaurito o con i rifiuti che ci sono normalmente all’interno di una centrale nucleare che sono ad alta radioattività. Secondo, il Deposito avrà ben quattro livelli di sicurezza, 4 strati di confinamento del rifiuto. Uno in più degli standard internazionali. E anche in questo caso avremo parecchi metri di terreno e anche di cemento a protezione dei rifiuti. E comunque sia se ci fosse un serio pericolo sarebbe molto facile aggiungere strati per evitare un danneggiamento da parte di un attacco militare”. 

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Aggiornamento 22 marzo: In riferimento alla parte dell’intervista in cui il professor Ricotti parla della sicurezza del Deposito Nazionali di rifiuti nucleari, Rodolfo Ridolfi, presidente del Comitato per la Salvaguardia del Territorio di Corchiano e della Tuscia (tra le zone che potrebbero rientrare nella CNAI), ha scritto a TeleAmbiente sottolineando la contrarietà del comitato al Deposito e mettendo in discussione la sicurezza stessa di quest’ultimo in caso di ipotetici attacchi militari.

“Il Prof. Ricotti, – scrive Ridolfi – nell’intervista riportata, non è stato molto preciso perché omette di dire che il Deposito Nazionale per i rifiuti radioattivi italiani prevede di ospitare per un periodo temporaneo di lunga durata anche scorie ad alta attività, come, ad esempio, il combustibile nucleare esaurito”.

Sul sito di Sogin si legge: “Nel Deposito Nazionale sarà compreso anche il Complesso Stoccaggio Alta attività (CSA), per lo stoccaggio di lungo periodo di circa 17.000 metri cubi di rifiuti a media e alta attività. Una minima parte di questi ultimi, circa 400 m3, è costituita dai residui del riprocessamento del combustibile effettuato all’estero e dal combustibile non riprocessabile”.

Il presidente Ridolfi, inoltre, scrive: “Il deposito di smaltimento di scorie a bassa attività non sarà interrato ma sarà una costruzione di superficie che verrà ricoperta di terra a compimento della sua capacità”.

Il bombardamento volontario di siti di questo tipo – è il punto di Ridolfi – potrebbe essere considerato dal nemico in caso di guerra con la volontà di provocare danni localizzati alle zone in cui essi si trovano.

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