Non solo nell’acqua, aumenta il rischio che Pfas e altre sostanze nocive si trovino anche negli alimenti di origine vegetale e animale.

Il caso dell’inquinamento da Pfas delle falde acquifere venete, quello che viene considerato il più grande disastro ambientale europeo, rischia di diventare ancora peggiore. Mentre i riflettori sono puntati sul Tribunale di Vicenza, dove il 26 aprile andrà in scena la prima udienza dibattimentale del maxiprocesso Miteni, in questi giorni è stato un altro tribunale, quello amministrativo del Veneto, a sbloccare dei dossier delicatissimi, chiusi dall’estate 2019 negli armadi della Regione Veneto.

Pfas, al via in Veneto il maxiprocesso agli avvelenatori delle falde acquifere

Palazzo Balbi dovrà rendere pubblici entro il 7 giugno (a meno di ricorsi al Consiglio di Stato) i dati sulla concentrazione di sostanze perfluoroalchiliche negli alimenti. Numeri che gli oltre 400mila vicentini, veronesi e padovani delle zone più colpite dall’inquinamento attendono da quattro anni, cioè da quando la stessa Regione Veneto aveva commissionato uno studio specifico all’Istituto superiore di sanità. Il vettore principale dei veleni che hanno abbondantemente raggiunto il sangue degli abitanti rimane l’acqua, e infatti tutti i pozzi della grande falda di Almisano sono trattati con costosissimi filtri a carboni attivi: ma è evidente che gli alimenti di origine animale e vegetale, abbeverati con acqua proveniente spesso da pozzi privati, possono incidere sulla salute della popolazione.

 


Nel 2019, la Regione aveva divulgato i risultati dei soli Pfoa e Pfos, sulla scorta anche di una valutazione dell’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (Efsa) che aggiornava i tassi tollerabili di queste molecole nell’organismo umano. «Mancavano all’appello le altre dieci sostanze analizzate, tra cui il Pfba, che tende ad accumularsi nei polmoni. E soprattutto i dati divulgati non erano geolocalizzati, cioè non si sapeva da dove provenissero le matrici analizzate all’interno della grande area contaminata». A parlare è l’avvocato Matteo Ceruti che ha seguito la partita per le ‘Mamme no Pfas’ che si sono rivolte al Tar assieme all’Ong ambientalista Greenpeace.

 


Ulteriori studi sono necessari, ma i dati preliminari dimostrerebbero la correlazione tra la presenza di Pfas nell’organismo e l’insorgere del Parkinson e pare che gli effetti siano più gravi nelle fasi di sviluppo delle cellule neuronali, fin dalla fase embrionale della vita. Per questo le ‘Mamme no Pfas’ tengono particolarmente al progetto ‘Teddy Child’, coordinato dal dottor Paolo Girardi del Dipartimento di psicologia dello sviluppo e della socializzazione, sempre dell’ateneo padovano. Attraverso una serie di questionari, l’obiettivo è inquadrare eventuali effetti comportamentali e socioemotivi in bambini e ragazzi esposti ai Pfas e mettere in campo eventuali misure preventive.

Pfas, un problema di contaminazione globale

«Gli studi sugli esiti materno-infantili dell’esposizione ai Pfas condotti dalla Regione – spiega la mamma Laura Facciolohanno dimostrato malformazioni nervose e cardiocircolatorie, ma anche nascite sottopeso. Vogliamo capire che cosa potrebbe provocare tutto questo sul futuro dei nostri figli».

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