Il lago di Bolsena, famoso in tutta Italia per la purezza delle sue acque, rischia di diventare l’ennesima meraviglia naturale rovinata dall’inquinamento, stretto tra le coltivazioni intensive di nocciole e gli scarichi della nuova centrale geotermica.

Il lago di Bolsena, il più grande bacino vulcanico d’Europa, nell’alto Lazio, è minacciato dalla cattiva amministrazione e da grandi multinazionali. Una rete di depurazione non funzionante  che da tre anni filtra poco o nulla delle acque reflue di ben otto Comuni, riempiendo di liquami il lago e il vicino fiume Marta. E poi, il progetto per una stazione geotermica diffusa che può compromettere l’ecosistema. Ancora: la conversione intensiva di nocciole che rischia di rendere “invasiva” un’agricoltura fin qui sostenibile.

Lo spauracchio si chiama geotermia. Da almeno otto anni esiste un progetto pilota per una centrale da 5 megawatt a Castel Giorgio, al confine fra Umbria e Lazio. Un impianto dal costo iniziale di 30 milioni di euro ideato dalla italo-austriaca Itw&Lkw Geotermia Italia Spa, che conta poi su 9 milioni l’anno per 25 anni (incentivi con fondi Ue). La differenza essenziale fra l’impianto “sperimentale”e quelli tradizionali è che in questo caso l’anidride carbonica prodotta verrebbe reimmessa nel sottosuolo. E questo spaventa i comitati del territorio.

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Secondo una pubblicazione del geologo Gianluca Vignaroli sulla rivista scientifica Tectonophysics, “è legittimo presumere che travasando in modo permanente grandi quantità di fluidi da un compartimento ad un altro senza che fra essi vi sia continuità idraulica, si crei depressione in uno e pressione nell’altro”. Così “si favoriscono i movimenti delle faglie innescando terremoti” e “il travaso permanente facilita inoltre la risalita di fluidi geotermici (cancerogeni) verso l’acquifero superficiale”. “Il che non significa che tutta la geotermia sia da condannare”, specifica Georg Wallner professore di Fisica all’Università di Monaco di Baviera, da anni residente a Montefiascone (Viterbo): “È in questo specifico territorio, per la sua conformazione, che tale pratica si presenta dannosa.”

Eppure il progetto ha ottenuto la valutazione d’impatto ambientale dal governo nel 2014, sulla base di una relazione affidata a una commissione composta da un astrofisico (relatore), un avvocato, e un geologo specializzato in ghiacciai alpini. Dopo un primo stop dall’esecutivo presieduto da Paolo Gentiloni, il governo Conte a trazione gialloverde ha dato il suo ok, anche pressato da possibili azioni legali dei privati interessati. Contro il provvedimento pendono ora ben 4 ricorsi al Tar del Lazio.

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In attesa di capire come finirà con la geotermia, da almeno tre anni ogni giorno nel lago di Bolsena finiscono ettolitri di acque fognarie non filtrate. Un pericolo concreto per un bacino idrico prezioso rispetto alle falde ricche di arsenico. Il collettore che unisce gli otto Comuni lacuali, infatti, è formato da 20 stazioni di sollevamento che, non funzionando correttamente, sversano quasi costantemente nel lago. Quel poco che giunge a destinazione, poi, finisce nel depuratore di Marta, anch’esso rotto, per poi confluire nell’omonimo fiume che sfocia nel Tirreno, all’altezza di Tarquinia.

In tre anni la Regione Lazio ha stanziato ben 2,8 milioni (727 mila euro già liquidati) a una ditta specializzata in pittura e lavori edili, che non ha mai risolto il problema. Intanto il Cobalb, il consorzio fra Comuniche gestisce il collettore, è fallito, con i tre operai manutentori da 5 mesi senza stipendio che si barcamenano per rattoppare i guasti quando la situazione sfugge di mano. Massimo Pierangeli, direttore generale Cobalb, in una recente commissione regionale ha definito “inidonea” la ditta.

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“Sono in corso indagini dell’Ue che potrebbero comportare multe che superano di molto gli investimenti necessari per risanare il sistema fognario”, spiegano dall’Osservatorio ambientale del Lago di Bolsena. Insomma, il “lago da bere”, come lo chiamano nella Tuscia, potrebbe perdere le caratteristiche che gli hanno permesso di entrare fra le zone protette della Rete Natura 2000. Un territorio che esporta il celebre vino “Est! Est!! Est!!!” in tutto il mondo, così come famosi sono i suoi noccioleti. Paradossalmente, proprio la coltivazione di nocciole potrebbe rappresentare il terzo grande rischio.

Di fronte alla crisi turca, alcune importanti multinazionali dolciarie stanno investendo milioni di euro sull’Alto Lazio. Sarebbe una manna dal cielo, ma le coltivazioni intensive, senza paletti normativi, possono portare al sovrautilizzo di sostanze quali il glifosato, velenoso per le falde e per il lago. Su pressione della consigliera comunale M5S, Rosita Cicoria, il sindaco di Montefiascone, Massimo Paolini, ha vietato queste sostanze negli oltre 500 ettari già convertiti a coltivazione intensiva. Ma i ricorsi al Tar delle aziende agricole stanno ribaltando i provvedimenti dei sindaci.

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