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Inquinamento, quanti danni produce la politica dei resi?

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Nuove politiche di resi per non produrre danni all’ambiente. 165 miliardi di pacchi sono stati spediti negli Stati Uniti nel 2018, usando circa il valore di un miliardo di alberi in cartone.

La politica dei resi nel corso degli anni ha fatto la fortuna dei rivenditori online. Tuttavia, nel periodo storico in cui tutti i grandi distributori stanno pensando a soluzioni ecosostenibili anche questa politica dovrà essere rimaneggiata per non produrre danni all’ambiente.

A dicembre i consumatori di Amazon faranno tornare indietro circa un milione di pacchi al giorno al rivenditore. Il culmine sarà il 2 gennaio, definito da UPS “la giornata nazionale dei resi”.

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Per UPS e le altre compagnie di spedizioni ci sarà da festeggiare. Per tutti gli altri, queste decine di milioni di pacchi sono un problema. Per una stima recente questa politica è responsabile per circa 5 miliardi di libbre di rifiuti che finiscono in discarica solo negli USA e altrettante 15 milioni di tonnellate di emissioni di carbonio nell’atmosfera.

Nel periodo in cui i consumatori e le compagnie stanno ripensando al consumo contro il cambiamento climatico, la politica dei resi dei negozi e-commerce nasconde un grande problema ambientale.

Molti negozi hanno costruito la loro reputazione rispettando la politica dei resi. Il vantaggio non riguarda solamente i consumatori. Un negozio che supporta questa politica ha maggior probabilità di vendere di più.

Bean Inc, offre questa possibilità da oltre un secolo e la compagnia ha prosperato grazie ad essa. Inoltre, studi recenti hanno correlato i resi ad un aumento degli acquisti. Nel 2010 Zappos.com ha detto che i migliori clienti erano quelli che spedivano indietro la maggior parte dei prodotti.

Il problema è che i consumatori rispediscono indietro sempre di più. Nel 2018, gli americani hanno fatto tornare indietro il 10% dei loro acquisti, circa 369 miliardi di dollari, l’8% in più del 2016. I giovani sono molto più inclini a trattare gli acquisti online come “noleggio” o a comprare i vestiti online per poi provarli e rispedire indietro quelli che non vanno bene. In Svezia il tasso di ritorno è del 60% per determinati prodotti.

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Il peso logistico di questi resi è cosi elevato che ha ispirato un’intera industria legata agli acquisti non voluti. Ma l’impatto ambientale può essere più significante. Nel 2017, Optoro Inc., una compagnia che aiuta i negozi a trattare i resi, ha stimato che solo il 10% del merchandising ritorna sugli scaffali. Alcuni sono venduti o riciclati, altri donati in carità.

Ma il costo del trasporto e del dover impacchettare nuovamente questi beni è il motivo per cui miliardi di tonnellate di questi resi finiscono nelle discariche o negli inceneritori.

A peggiorare le cose, prendere questi prodotti dalle case dei consumatori e spedirli produce emissioni. E poiché i prodotti venduti su internet hanno più possibilità di essere spediti indietro, le emissioni sono maggiori di quelle prodotte acquistando in negozio.

Secondo i calcoli, 165 miliardi di pacchi sono stati spediti negli Stati Uniti nel 2018, usando circa il valore di un miliardo di alberi in cartone.

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Non sarà facile convincere i consumatori e i rivenditori a porre fine a questa pratica. Le compagnie potrebbero adottare delle targhette sulle emissioni prodotte dai resi oppure smettere di fornire le etichette già pronte per il ritorno, risolvendo il problema dello spreco di milioni di fogli di carta. Potrebbero creare dei rimborsi senza ritorno, ad esempio, per l’intimo, i cosmetici o gli imballaggi per il cibo.

La realtà aumentata e le nuove tecnologie potrebbero diventare più affidabili, ad esempio creando dei camerini digitali. I resi ci saranno finché ci saranno i negozi ma con un piccolo sforzo da parte di rivenditori e consumatori, potranno anche far bene al pianeta.

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