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India, più investimenti nelle rinnovabili: 500 miliardi di dollari entro il 2030

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L’India sta facendo sempre più affidamento sulle fonti rinnovabili rispetto al carbone. In questo modo il paese sta attirando miliardi di investimenti esteri e raggiungendo gli obiettivi degli accordi di Parigi.

L’India si sta allontanando dagli impianti a carbone per volgersi verso una produzione di energia elettrica generata da fonti rinnovabili come solare, eolico ed idroelettrico. In questo modo l’ammontare di emissioni prodotte dal paese potrebbe scendere più di quanto previsto dagli accordi di Parigi. Le ragioni per questo cambiamento sono complesse e interconnesse ma un aspetto sembra essere importante: il prezzo delle energie rinnovabili è in caduta libera verso livelli una volta ritenuti impossibili.

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Di conseguenza, con un calo tale dei costi delle rinnovabili, l’India è in grado di slegarsi dal combustibile fossile più inquinante del mondo, il carbone. E’ un cambiamento fantastico che potrebbe avere profonde implicazioni nel mercato dell’energia globale. Mentre i paesi occidentali continuano a fare passi indietro sulla dipendenza dai carbon fossili, l’India sta accelerando i suoi piani per legarsi alle energie rinnovabili.

Il Primo Ministro Narendra Modi punta ad espandere la produzione di energia elettrica del 500% entro il 2030, un grande passo avanti per un paese che ha raddoppiato la produzione di energia rinnovabile negli ultimi tre anni. Questo sviluppo è più che sorprendente se si pensa che l’India pochi anni fa era al centro delle accuse internazionali per la propria dipendenza dal carbone. Il Partito del Presidente nel 2015 era intenzionato a raddoppiare l’estrazione di carbone fino a raggiungere l’1.5 miliardi di tonnellate metriche entro il 2020, nonostante i rischi per l’ambiente. I benefici di questo cambiamento sono già evidenti. La rapida diversificazione nel settore dell’energia sta creando un’abbondanza di posti di lavori e generando nuovi flussi di investimenti, necessari per raggiungere la quota di 500 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni per raggiungere l’obiettivo sulle emissioni.

Sono molti i fattori entrati in gioco che hanno spinto l’India verso questo cambiamento ma possono essere divisi in due settori principali: ambientale e finanziario. Sul lato ambientale l’India non aveva scelta se non affrontare la questione della qualità dell’aria e della scarsità dell’acqua. Sul fonte finanziario, le fonti energetiche inaffidabili e la dipendenza dell’India dai combustibili fossili importati non erano più in grado di stimolare la crescita economica.

Simile alla crescita della Cina, l’industrializzazione ha spinto il paese ad una crescita del 6% l’anno a partire dal 2010. L’obiettivo del governo è di mantenere questi standard nel prossimo decennio. Ma la crescita economica deve fare i conti con i fattori ambientali, principalmente l’inquinamento dell’aria e la scarsità dell’acqua. Negli ultimi mesi i residenti della capitale New Delhi hanno convissuto con una qualità dell’aria pari a quelle delle camere a gas mentre i voli diretti verso la città sono stati deviati a causa della scarsa visibilità dovuta all’inquinamento. Il New York Times ha usato New Delhi come esempio della qualità d’aria peggiore al mondo, facendo notare che il livello raggiunto, 900 microgrammi di particolato sottile per metro cubo d’aria, era di molto oltre il livello definito pericoloso dall’E.P.A, 500 microgrammi per metro cubo. Nonostante ci siano anche fattori stagionali in gioco, il deterioramento della qualità dell’aria è un segnale troppo importante dei costi di una crescita economica basata principalmente sul carbone.

Allo stesso modo, la fornitura di acqua potabile è a rischio. Il settore dell’elettricità, la fonte d’energia primaria in India, è ancora dominato dal carbone e questo settore è quello che consuma più acqua potabile. Inoltre, la crescita economica costante comporta sempre una maggior necessità d’acqua. Ma con un calo della quantità d’acqua disponibile e le pressioni del settore agricolo, non ci sono più risorse idriche necessarie per garantire un’espansione nel settore della produzione di energia da carbone. Allo stesso tempo l’India si sta impegnando a raggiungere gli impegni previsti dagli Accordi di Parigi, attraverso un’aggressiva riduzione delle emissioni di carbonio.

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Combattendo l’inquinamento dell’aria, la scarsità dell’acqua e cercando di rispettare gli accordi di Parigi, può sembrare che l’India stia attuando la propria transizione energetica a causa dell’ambiente ma non è esattamente così; come sempre l’economia è al centro di questa transizione. L’India si sta volgendo alle energie rinnovabili e alle nuove tecnologie grazie ai benefici economici che questo settore comporta. Nel 2017 il ministro Piyush Goyal ha introdotto un sistema di “aste al ribasso” dove i fornitori erano in grado di vedere l’offerta corrente e presentarne una più bassa per ottenere la possibilità di costruire nuove infrastrutture ad energia rinnovabile nel paese. Questo sistema ha incoraggiato gli Stati dell’India a competere con gli altri, considerando che sia sviluppatori locali che internazionali potevano partecipare all’asta. Il risultato di queste aste al ribasso era a rischio: le compagnie infatti avevano fatto offerte per dieci volte la capacità disponibile. Questo ha permesso al governo indiano di scegliere l’offerta più a basso costo, a beneficio dei consumatori indiani.

Con cosi tante forze al lavoro i prezzi sono continuati a scendere. I prezzi delle energie rinnovabili sono scesi del 50% nel 2017 mentre gli investitori offrivano tra le 2.40 e le 3 rupie per kilowattora. Questo ha permesso alle energie rinnovabili di raggiungere costi inferiori del 30% rispetto all’energia prodotta dal carbone e anche inferiori ai costi dell’importazione dei combustibili fossili dall’estero. Le aste al ribasso seguenti hanno riconfermato questa situazione, sottolineando la crescita di investitori interessati a partecipare al boom economico delle energie rinnovabili. Tutte le compagnie interne erano interessate, tra cui quelle controllate dallo Stato, insieme a colossi dell’industria come Adani e Tata Group. Tra gli investitori internazionali invece figurano gruppi come Japan’s SoftBank, Australia’s Macquarie Group, Goldman Sachs e EFD.

Le offerte per progetti rinnovabili sono diventate cosi numerose che 5 investitori indiani hanno chiesto al governo di limitare l’iniezione di capitali esteri perché non in grado di competere con il flusso di investimenti stranieri che stava facendo crollare i prezzi dell’energia. Il governo è stato costretto a porre il limite di 1 miliardo di dollari per offerta per partecipante, un problema che tutti i governi del mondo vorrebbero avere. L’India ha sofferto per anni una carenza di produzione energetica e ora è costretta a limitare gli investimenti. Il risultato? Il governo Indiano ha speso 40 miliardi di dollari in nuovi investimenti in tre anni, raddoppiando la produzione energetica fino a 83 gigawatts a settembre 2019, costruendo un impianto idroelettrico in grado di produrre 45 gigawatts. Alimentata da questi successo, l’India ha aggiornato l’obiettivo iniziale di 175 gigawatts di rinnovabili entro 2022 a 275 gigawatts entro il 2027 mentre nel settembre 2019 il Primo Ministro Modi ha parlato di 450 gigawatts entro il 2030 e 500 miliardi di dollari di investimenti nel prossimo decennio.

In aggiunta all’energia al basso prezz,o il governo indiano ha introdotto un ulteriore beneficio nel processo di aste. Non solo le offerte erano al 30% in meno del prezzo dell’elettricità ma erano anche ad un tasso fisso per 25 anni. In questo modo l’India ha creato un sistema elettrico deflazionario a basso costo a zero inflazione. Un tasso fisso è un beneficio per gli investitori, considerando che l’inflazione era al 10% annuo quando Modi venne eletto Primo Ministro per la prima volta nel 2014.

L’India ha iniziato il decennio con grandi investimenti in impianti a carbone per raggiungere una produzione di 600 gigawatts e si ritrova sul finire del 2019 con quasi la metà di questi investimenti accantonati, in favore delle energie rinnovabili. Inoltre, il governo intende espandere anche il settore delle auto elettriche, mettendo il paese sul percorso per ridurre le importazioni di petrolio. La trasformazione energetica va avanti nonostante il rallentamento dell’economia. Nonostante il governo indiano abbia colto l’opportunità nel campo delle rinnovabili, l’addio alla produzione elettrica derivante dal carbone sarà brusco e doloroso.

La rete elettrica nazionale sta mostrando segni di congestionamento a causa del rapido ingresso delle energie rinnovabili. La corsa all’oro per il miglior sito per la produzione di energia solare ed eolica ha messo pressione sulla rete, creando una distribuzione energetica a collo di bottiglia con alcune contraddizioni come l’aumento delle tasse statali sulle energia elettrica prodotta dalle rinnovabili.

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L’obiettivo di assicurare una fornitura di energia elettrica interrotta in tutte le case, industrie e imprese commerciali sottolinea la volontà del governo di trasformare il sistema elettrico indiano. La sicurezza che deriva dall’abbandono dei combustibili fossili è nota, come sono noti i benefici derivanti dalla diversificazione del sistema elettrico. Il passaggio dell’India verso fonti rinnovabili domestiche non è stato neanche trascurato dagli altri paesi, intenzionati ad ottenere gli stessi benefici. Il tutto in un percorso che mette al centro la decarbonizzazione per soluzioni in grado di limitare il riscaldamento globale.

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