L’azione legale è stata portata avanti da 162 cittadini e 24 associazioni. L’accusa è che lo stato italiano non sta facendo abbastanza per combattere la crisi climatica

Mancano poche ore alla prima udienza del processo che porterà alla sbarra lo Stato italiano per inazione climatica. Domani i legali di 162 cittadini e 24 associazioni si troveranno a fronteggiare gli avvocati del governo, portato alla sbarra al Tribunale civile di Roma, con un’accusa precisa: l’Italia non sta facendo ciò che deve per combattere la crisi climatica.

A rappresentare lo Stato italiano c’è la Presidenza del Consiglio dei ministri mentre a guidare il fronte degli ricorrenti c’è Marica Di Pierri, portavoce dell’Associazione A Sud. La campagna “Giudizio universale”, infatti, è nata proprio dall’associazione che lei rappresenta e si è poi espansa fino a comprendere decine di altre associazioni e centinaia di cittadini comuni.

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“In vista della prima udienza – ha dichiarato Di Pierri – voglio ricordare come le cronache di quest’anno ci raccontano quanto vulnerabile dal punto di vista climatico è il nostro Paese: eventi estremi, tornado, siccità sempre più drammatiche, temperature torride… non solo fenomeni meteorologici estemporanei ma sintomi di una emergenza che mette a rischio il godimento di diritti fondamentali come quello alla salute, all’acqua, all’alimentazione, alla stessa vita. Per questo una azione climatica ambiziosa è anzitutto questione di giustizia e di tutela dei diritti fondamentali. Anche in Italia. Di sicuro verso la prima udienza avremo le argomentazioni depositate dall’avvocatura dello Stato: per noi sarà già un ottimo punto di partenza per capire cosa intende rispondere lo Stato alle nostre denunce”. 

L’obiettivo di domani, conclude Di Pierri, è quello di “vedere accolte le nostre richieste: il riconoscimento da parte del giudice dell’esistenza di una responsabilità dell’Italia in termini di inazione climatica, ovvero che riconosca come le politiche oggi in campo siano ampiamente insufficienti rispetto all’obbligazione climatica che lo Stato ha assunto nell’Accordo di Parigi. E poi che da questa dichiarazione di responsabilità discenda una indicazione circa la necessità di moltiplicare gli sforzi”. 

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