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Ilva, slitta la sentenza del Consiglio di Stato. Il sindaco di Taranto furioso col Governo

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Ex Ilva, slitta la sentenza del Consiglio di Stato sulla chiusura dell’area a caldo. Il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, è furioso col Governo.

Ex Ilva, slitta la decisione del Consiglio di Stato sul ricorso di ArcelorMittal contro la sentenza del Tar di Lecce, che aveva disposto la chiusura dell’area a caldo, quella ritenuta più inquinante e nociva per la salute. Una chiusura richiesta dal Comune di Taranto e che, a seguito del ricorso, è rimasta in sospeso. La decisione è destinata a slittare di qualche settimana ed il sindaco Rinaldo Melucci critica apertamente il Governo. “La sentenza del Tar non è stata contestata solo dal gestore e dal proprietario dell’impianto, ma anche dallo stesso Ministero della Transizione ecologica, che ha fatto leva sulla natura strategica per l’economia nazionale. L’ex Ilva può rappresentare la Caporetto del Governo Draghi o l’inizio di una nuova epoca di ripartenza. Vedremo se il carbone e l’acciaio valgono più della vita umana”, le parole del primo cittadino di Taranto.

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Molto critico anche Angelo Bonelli, coordinatore nazionale dei Verdi: “Com’è possibile che un Ministero che dovrebbe tutelare l’ambiente e la salute possa dire in un’aula di tribunale le stesse cose di una multinazionale che nega che l’eccesso di mortalità a Taranto sia collegato all’inquinamento?”. Intanto, oggi il ministro Giancarlo Giorgetti incontrerà, nella sede del Ministero per lo Sviluppo economico, le organizzazioni sindacali dell‘ex Ilva.

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Tra mercoledì e ieri, diverse associazioni, come il Comitato cittadino per la Salute e l’Ambiente a Taranto e Genitori tarantini, hanno manifestato in piazza San Silvestro e davanti a Montecitorio. Se il Consiglio di Stato dovesse confermare la sentenza del Tar, per il Governo Draghi si profilerebbe un problema di gestione della nuova società Acciaierie d’Italia, formata da ArcelorMittal con l’intervento statale attraverso Invitalia.

È anche per questo che Rinaldo Melucci, sindaco di Taranto, nei giorni scorsi ha chiesto di avviare un tavolo con il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, con quello della Salute, Roberto Speranza, e con quello dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti. Il primo cittadino ha anche annunciato che chiederà la revisione delle concessioni dello stabilimento siderurgico per l’utilizzo di alcune banchine del porto, dove le navi portano carichi di carbone necessari per la produzione di acciaio.

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Il sindaco di Taranto ha ribadito i dati allarmanti che emergono dallo studio Sentieri (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento) pubblicato nel 2019 e promosso dal Ministero dell’Ambiente. Nel report emergeva che a Taranto, tra il 2002 e il 2015, sono nati 600 bambini con malformazioni e che i tumori in età pediatrica sono superiori alla media regionale. Inoltre, nello stesso studio, viene sottolineato come, all’interno della città di Taranto, ci sono tre quartieri nettamente più colpiti di altri: si tratta di Borgo, Tamburi e Paolo Vi, i più esposti all’inquinamento causato dallo stabilimento.

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Il futuro dell’area dell’ex Ilva e della città di Taranto passa non solo dalla giustizia amministrativa, ma anche da quella penale. Davanti alla Corte d’Assise di Taranto si stanno svolgendo le ultime udienze del maxi-processo ‘Ambiente svenduto’. Le sentenze sono attese per la fine di questo mese. Gli imputati, a vario titolo, sono in tutto 35, tra ex dirigenti aziendali e regionali, ma quelli ‘eccellenti’ sono sostanzialmente tre: gli ex proprietari Fabio e Nicola Riva (per il primo sono stati chiesti 28 anni di carcere) e l’ex presidente della regione Puglia Nichi Vendola (chiesti cinque anni con l’accusa di tentata concussione).

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