Ilva. “Il disastro ambientale dell’Ilva è l’11 settembre di Taranto. Non è un modo di dire, né un paragone azzardato con l’attacco alle Torre Gemelle di New York che l’11 settembre 2001 sconvolse gli Stati Uniti e l’occidente. Proprio quell’11 settembre, ormai quasi 20 anni fa, divenne di dominio pubblico l’inchiesta della Procura di Taranto sullo stabilimento siderurgico Ilva allora gestito dalla famiglia Riva e fu eseguito il sequestro preventivo delle batterie 3-6 del reparto cokerie”.

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È un passaggio dell’arringa che gli avvocati di Legambiente (costituitasi parte civile), Eligio Curci e Ludovica Coda, hanno pronunciato durante il processo ‘Ambiente Svenduto‘ che vede alla sbarra 47 ex proprietari dell’ex Ilva, ex dirigenti, politici e funzionari ministeriali e regionali, rimarcando che “i dati raccolti a suo tempo dal Dipartimento di Prevenzione dell’Asl, erano davvero allarmanti e che la Regione Puglia, il Comune e la Provincia di Taranto e il Comune di Statte rinunciarono a costituirsi parte civile in virtù dell’atto di attesa siglato a Bari il 15 dicembre 2004 mentre Legambiente si costituì in giudizio nei confronti di proprietari e dirigenti della fabbrica, ottenendo in giudizio il risarcimento danni”.

“Quell’11 settembre del 2001 – hanno concluso i legali – suonò un campanello d’allarme che purtroppo in pochi sentirono”.

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Nella scorsa udienza, la pubblica accusa aveva chiesto 35 condanne per circa 4 secoli di carcere, sollecitando la condanna a 28 anni per Fabio Riva, Girolamo Archina’ e Luigi Capogrosso, 25 anni per Nicola Riva, 5 anni per l’ex governatore pugliese Nichi Vendola.

 

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