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Le motivazioni della sentenza del processo ‘Ambiente svenduto’.

Ilva, a 18 mesi di distanza dalla sentenza sono state pubblicate le motivazioni delle 26 diverse condanne nel processo ‘Ambiente svenduto’. La Corte d’Assise di Taranto, presieduta dalla giudice Stefania D’Errico, ha pubblicato le motivazioni, contenute in oltre 3.700 pagine. In totale, sono 270 gli anni di carcere inflitti ai 26 imputati (tra cui dirigenti della fabbrica, manager e politici). Disposta anche la confisca degli impianti dell’area a caldo e una somma di 2,1 miliardi di euro, profitto illecito delle società Ilva Spa, Riva fire e Riva forni elettrici.

Le condanne ai Riva

Tra i principali imputati Fabio e Nicola Riva, condannati rispettivamente a 22 e 20 anni per concorso in associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento di sostanze alimentare e all’omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. In particolare, i giudici hanno anche analizzato una frase pronunciata da Fabio Riva nel giugno 2010, intercettata durante una conversazione telefonica: “Due tumori in più all’anno… una min***ata“. “Quella frase riassume meglio di ogni altro elemento di prova la volontarietà della condotta delittuosa posta in essere dagli imputati, e anzi la consapevolezza degli effetti dell’inquinamento sulla salute della popolazione tarantina“, scrivono i giudici.
La Corte d’Assise ha comminato 21 anni e 6 mesi all’ex responsabile delle relazioni istituzionali Girolamo Archinà, 21 anni all’ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso, pene comprese tra i 18 anni e mezzo e 17 anni e 6 mesi di carcere a cinque ex fiduciari aziendali.

Vendola condannato

Condannato anche l’ex presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. Accusato di concussione aggravata in concorso, è stato condannato a tre anni e mezzo (l’accusa aveva richiesto per lui cinque anni).

Le motivazioni: “Gestione disastrosa”

I Riva e i loro sodali hanno posto in essere modalità gestionali illegali anche omettendo di adeguare lo stabilimento siderurgico ai sistemi minimi di ambientalizzazione e sicurezza per ovviare alle problematiche di cui avevano piena consapevolezza sin dal 1995. La gestione dello stabilimento di Taranto da parte degli imputati è stata disastrosa ed ha arrecato un gravissimo pericolo per la incolumità-salute pubblica” – si legge nelle motivazioni della sentenza di condanna – “Dai protocolli di intesa tra proprietari dello stabilimento e le istituzioni locali e regionali, emerge in maniera inequivocabile come gli interventi di ambientalizzazione degli impianti, pur avvertiti come imprescindibili e urgenti, siano stati a lungo procrastinati, con la costante e ingiustificata prevalenza delle ragioni della produzione rispetto a altri valori pur costituzionalmente fondanti del nostro ordinamento. I Riva hanno messo così in pericolo la vita e la integrità fisica dei lavoratori dello stesso stabilimento, la vita e l’integrità fisica degli abitanti del quartiere Tamburi, la vita e la integrità fisica dei cittadini di Taranto“.

Le motivazioni: “Connivenze a vari livelli”

“Sono emerse connivenze a vari livelli, solo in parte giudizialmente accertate. La gestione dell’impianto si è concretizzata sia in condotte commissive, operazioni concrete nel ciclo produttivo, sia in condotte omissive, nella massiva attività di sversamento nell’aria – ambiente di sostanze nocive per la salute umana, animale a vegetale, diffondendo tali sostanze nelle aree interne allo stabilimento, nonché rurali ed urbane circostanti lo stesso; in particolare, Ipa, benzo(a)pirene, diossine, metalli ed altre polveri nocive, determinando gravissimo pericolo per la salute pubblica” – si legge ancora nelle motivazioni della sentenza – “In molti casi si sono purtroppo concretizzati danni alla vita e all’integrità fisica: dagli omicidi colposi, alla mortalità interna ed esterna per tumori, alla presenza di diossina nel latte materno. Modalità gestionali che sono andate molto oltre quelle meramente industriali, coinvolgendo a vari livelli tutte le autorità, locali e non, investite di poteri autorizzatori e/o di controllo nei confronti dello stabilimento stesso“.

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