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Idrogeno verde, un potente alleato nel processo di decarbonizzazione

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Idrogeno. In Italia l’idrogeno verde, prodotto con l’elettrolisi alimentata da energia rinnovabile, potrebbe svolgere un ruolo importante nel processo di decarbonizzazione, soprattutto legato ai siti produttivi energivori, nei trasporti ma anche nel garantire sicurezza e flessibilità alla rete.

A patto però che il ruolo di quest’ultimo venga adeguatamente studiato e approfondito, escludendo ogni applicazione di cattura della CO2  e qualsiasi progetto di idrogeno nero (estratto dall’acqua usando la corrente prodotta da una centrale elettrica a carbone o a petrolio), grigio (estratto dal metano o da altri idrocarburi) e blu (estratto da idrocarburi e associato a sistemi di cattura e stoccaggio della CO2).

È il messaggio che Legambiente indirizza  al governo e al ministero dello sviluppo economico che sono al lavoro sulle Linee guida per la Strategia Nazionale sull’Idrogeno, un testo che però, secondo l’associazione ambientalista, “presenta però criticità che devono essere affrontate per tempo sia sul piano tecnico sia su quello delle risorse. In particolare nella bozza della strategia nazionale il ruolo dell’idrogeno verde – l’unico che per Legambiente dovrebbe essere incentivato e finanziato con risorse adeguate nei primi dieci anni sia per la ricerca che per lo sviluppo delle infrastrutture – non viene pienamente definito”.

Le potenzialità ed il futuro dell’idrogeno verde in Italia e in Europa è stato il tema centrale del webinar organizzato da Legambiente insieme allo European Environmental Bureau (EEB).

L’associazione boccia l’idrogeno blu, nero e grigio perché non si tiene conto che i sistemi di cattura del carbonio, che caratterizzano l’idrogeno blu, sono costosi e di un’efficacia non certa, oltre ad esserci costi di trasporto e stoccaggio e problemi nell’individuazione di siti idonei e in termini di sicurezza. Soluzioni come il sequestro della CO2 rischiano di distrarre risorse e attenzioni dalle vere sfide che l’Italia deve affrontare: prima fra tutte, l’abbandono delle fossili e arrivare al 2040 con uno sviluppo intenso delle rinnovabili, con 10 anni di anticipo rispetto all’obiettivo stabilito dal PNIEC e dal Piano Idrogeno così come ci chiede la comunità scientifica”.

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“Come Legambiente – sottolinea il presidente nazionale, Stefano Ciafaniriconosciamo l’impegno profuso dall’Esecutivo nella stesura del Piano idrogeno, ma riteniamo importante che si concentri l’attenzione solo sull’idrogeno verde che potrebbe diventare un prezioso alleato nel processo di decarbonizzazione della Penisola e per raggiungere il traguardo emissioni zero nette al 2040”.

“È evidente – aggiunge Ciafani – che concentrarsi solo su questo tipo di idrogeno ci pone di fronte a sfide ancora più impegnative e ambiziose in termini di installazioni e di produzione rispetto agli obiettivi del PNIEC, che come sappiamo andranno rivisti, alzando ancora di più l’asticella. Ma questa è una sfida alla portata dell’Italia e che il nostro Paese ha tutto l’interesse a perseguire. A tal proposito, utile ricordare come uno dei principali attori internazionali in tema di idrogeno è italiano e conta di raggiungere la sostenibilità economica dell’impiego dell’idrogeno verde per usi industriali in poco più di 5 anni”.

Al Governo – conclude il presidente di Legambiente – chiediamo di prendere in seria considerazione le nostre osservazioni e di istituire un tavolo di lavoro permeante sull’idrogeno con enti di ricerca, università, aziende per monitorare lo sviluppo dell’idrogeno e le sue applicazioni e un tavolo di lavoro con le Regioni per la valutazione del Piano, ma anche per l’individuazione dei distretti industriali nella quale sarà necessaria la produzione di idrogeno verde, al fine di concentrare gli sforzi dove l’idrogeno è l’unica alternativa possibile”.

Secondo Legambiente, la nuova versione del PNIEC (il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima) e il Piano definitivo sull’idrogeno dovranno contenere quantitativi precisi  per l’idrogeno verde per il raggiungimento di obiettivi concreti da qui al 2030 – con un obiettivo intermedio al 2024 per la verifica del processo in corso – e che insieme a solare, eolico (e le altre FER), e ai sistemi di accumulo sono le uniche tecnologie in grado di traghettarci verso l’obiettivo emissioni zero nette al 2050, meglio al 2040. Valutazioni che dovranno tenere conto quindi, non solo del nuovo installato da fonti rinnovabili, sempre connesso alla produzione di idrogeno verde, ma anche alla capacità produttiva necessaria per la decarbonizzazione dei poli energivori”.

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“In particolare – sottolinea Katiuscia Eroe, responsabile energia di Legambiente – per i poli produttivi energetici serve aprire a ragionamenti sulla possibilità di riqualificazione energetica, aiutando le aziende a fare investimenti in questa direzione ma anche su come fare in modo che poli energivori possano essere alimentati da tecnologie realmente green – valorizzando anche i 170 mila ettari di territori in attesa di bonifica – in cui l’idrogeno verde possa giocare un ruolo importante associato alle altre tecnologie come quelle degli accumuli e ad altre risorse come quelle del biometano, del biogas, dell’eolico onshore e offshore e del solare fotovoltaico”.

“Sul fronte delle risorse – aggiunge – nella bozza di piano sono previste risorse troppo esigue per l’idrogeno verde, un settore ancora da scoprire. A nostro avviso nei primi 10 anni non sarà solo importante dotare il settore di risorse adeguate, ma anche indirizzare la ricerca verso soluzioni strategiche al raggiungimento degli obiettivi climatici”.

Per il Cigno Verde, l’impiego dell’idrogeno verde in campo industriale deve essere limitato all’abbattimento di tecnologie non diversamente affrontabili: “E’ il caso delle emissioni di processo di alcuni prodotti come il cemento, o le emissioni da cicli termici superiori ai 1000◦ C, non raggiungibili tramite elettrificazione. Tra i settori meno promettenti c’è quello dell’automotive, nel quale invece l’elettrico ha fatto enormi passi avanti”.

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Invece, per quanto riguarda il settore civile, l’associazione ambientalista è poco convinta che l’idrogeno verde, i cui processi di produzione sono comunque energivori se paragonato ad altre fonti, possa svolgere un ruolo determinante, in sostituzione delle pompe di calore, per due motivi: “er l’enorme sforzo economico necessario allo sviluppo di una nuova rete diffusa in grado di ospitare solo idrogeno verde, e per le opportunità oggi messe in campo dal Governo che si aggiungono alle tecnologie, competenze, conoscenze che offrono tutte le possibilità, al settore, di essere de carbonizzato”.

Sempre per l’associazione, tra le applicazioni dell’idrogeno verde e da prendere in considerazione il settore del trasporto pubblico, per il quale si sono avviate già alcune sperimentazioni e quello navale e aereo, “trascurato nel Piano, ma sul quale è necessario fare ricerca proprio per approfondire reali possibilità di sviluppo, anche in merito (soprattutto lato aerei) delle difficoltà di liquefazione in termini di temperature e accumulo ma anche di energia spesa energetica nella liquefazione”.

Gli ambientalisti sottolineano come, sui diversi sistemi, “sia necessario fare almeno una valutazione ERoEI (parametro che misura quanta energia viene ricavata da un impianto nella sua vita media rispetto a quella impiegata per costruirlo e mantenerlo), infatti sebbene l’idrogeno viene proposto da tempo come vettore energetico non si considera la sua inefficienza data dall’elevato volume specifico e quindi bassa densità energetica per unità di volume. La ricerca, infatti, sarà importante anche per tenere conto, nelle applicazioni concrete successive, dell’uso corretto dell’energia in termini termodinamici e di corretto uso delle risorse disponibili, parametri che non possono trascurati nello sviluppo dell’idrogeno che non può essere visto come la soluzione a tutti i problemi energetici del Paese. Ma anche in questo caso, dovrà essere una risorsa sviluppata con attenzione rispetto alle reali possibilità di portare benefici”.

Legambiente concorda con le osservazioni inviate al Governo dal Coordinamento FREE sul ruolo delle diverse fonti di idrogeno e sulla richiesta di dati e obiettivi chiari e congrui da inserire nella versione finale del Piano e conclude che inoltre non è da sottovalutare  “il ruolo della filiera industriale dell’idrogeno da sviluppare in Italia: la storia delle rinnovabili e delle opportunità non colte dal nostro Paese dovrebbe valere da insegnamento per puntare sulle filiere innovative capaci di generare anche nuovi posti di lavoro”.

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