Home Attualità Guerra a Gaza, emissioni di CO2 pari a quelle di 135 Paesi

Guerra a Gaza, emissioni di CO2 pari a quelle di 135 Paesi

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Si tratta, tra l’altro, di un dato parziale, che implica esclusivamente il costo ambientale della guerra nella Striscia e per i primi mesi del conflitto tra Israele e Hamas. 

Non solo morti innocenti, dolore e distruzioni: la guerra tra Israele e Hamas, che ha raso al suolo Gaza e va avanti da otto mesi, lascerà un segno profondissimo anche a livello ambientale. Va infatti tenuto conto di quante emissioni di gas climalteranti, in primis CO2 ma non solo, siano causate dai bombardamenti e dalle altre operazioni militari. Se poi si prova a stimare in termini di emissioni anche le operazioni della futura ricostruzione, il bilancio diventa drammaticamente grave.

Fare delle stime non è semplice, ma è quello che ha tentato un gruppo di ricercatori anglo-americani: lo studio, pubblicato sul Social Science Research Network e condiviso in esclusiva con il Guardian, riguarda l’impatto ambientale di un conflitto cruento, che va avanti ormai da otto mesi e che di fatto non ha permesso di superare una fase di stallo nelle trattative per il rilascio degli ostaggi. L’unico risultato pratico, finora, è che, secondo le stime più attendibili, nella Striscia sono morte quasi 40mila persone.

Solo per ricostruire i circa 200mila edifici e le altre infrastrutture distrutte a Gaza, il costo del carbonio (fino a 60 milioni di tonnellate di CO2 equivalente) sarà maggiore delle emissioni annuali di gas serra generate individualmente da 135 Paesi, e questo non potrà che aggravare l’emergenza climatica globale. I bombardamenti israeliani, poi, hanno lasciato circa 26 milioni di tonnellate di detriti e macerie, e ci vorranno anni prima del completamento della bonifica. Sulle emissioni degli attacchi vengono poi snocciolati dei dati, che però riguardano solo i primi quattro mesi di guerra: l’impronta di carbonio ha superato quella annuale di 26 dei Paesi climaticamente più vulnerabili al mondo (come Vanuatu e Groenlandia); oltre il 99% della CO2 prodotta dal conflitto è legata agli attacchi israeliani; gli aerei cargo Usa che hanno rifornito militarmente Israele hanno contribuito a quasi il 30% delle emissioni totali di CO2; il costo del carbonio degli attacchi israeliani è pari al consumo energetico annuale combinato di 77.200 famiglie medie statunitensi.

La disparità militare tra le due forze in campo si riflette inevitabilmente anche nell’impatto ambientale. Lo studio ha calcolato anche le emissioni causate da Hamas sia per preparare l’attacco del 7 ottobre, sia per gli attacchi con i razzi su Israele: fino a tutto febbraio 2024, avrebbero generato circa 1.140 tonnellate di CO2 equivalente, da aggiungere alle 2.700 da attribuire al carburante immagazzinato prima del 7 ottobre. In totale, l’impronta di carbonio di Hamas nei primi quattro mesi di guerra è stata pari al consumo energetico annuale di 454 famiglie statunitensi.

Lo studio appare frammentario e parziale, perché tiene conto solo dei primi quattro mesi di una guerra che sembra ancora lontana dalla sua fine. Ma per certi aspetti, è molto preciso, dal momento che include tutte le operazioni svolte e capaci di generare emissioni dirette di CO2: bombardamenti e voli di ricognizione; rifornimenti di carburante per tutti i mezzi militari; produzione ed esplosione di bombe, artiglieria e razzi; camion di rifornimenti dall’Egitto a Gaza (595,5 km, andata e ritorno) per la consegna di aiuti umanitari. E ancora: i circa 1.400 camion a cui Israele ha consentito di entrare a Gaza tra ottobre e febbraio hanno generato quasi 9.000 tonnellate di CO2 equivalente, a cui devono essere aggiunte le 58.000 provenienti dai generatori diesel utilizzati per generare elettricità, dopo che le infrastrutture energetiche nella Striscia sono state distrutte dagli attacchi israeliani.

Attenzione, però: lo studio non ha calcolato, per mancanza di dati precisi, le emissioni legate ad altre operazioni, come gli aiuti ai Paesi vicini per le successive consegne a Gaza, quelle sugli incendi causati dagli attacchi o quelle sugli spostamenti forzati di milioni di palestinesi. C’è poi un fatto da considerare: la segnalazione delle emissioni militari alla Convenzione quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici (UNFCCC) è volontaria e non obbligatoria, una scelta politica dovuta soprattutto a forti pressioni da parte degli Stati Uniti. Comunque, secondo le stime, a livello globale le emissioni di gas serra legate agli eserciti son pari a circa il 5-5,5% del totale.