L’analisi è stata effettuata dall’ufficio “Europa centrale e orientale” della ong

Se tutta l’Unione europea mettesse fine ai voli a corto raggio dove esistono alternative via terra (ad esempio treni ad alta velocità) potremmo sottrarre alle casse della Russia circa 2 miliardi di euro all’anno derivanti dal petrolio risparmiato e dunque non importato da Mosca.

È quanto emerge da un’analisi dell’ufficio “Europa centrale e orientale” di Greenpeace che ha calcolato la cifra sulla base degli attuali prezzi del greggio. Qualora aumentassero i prezzi dell’energia, i soldi (con cui in pratica l’Europa finanzia la guerra in Ucraina) che Mosca andrebbe a perdere sarebbero ancora maggiori.

L’Unione europea importa circa il 27 per cento del petrolio dalla Russia, che è il suo principale fornitore. Ciò, fa notare Greenpeace, significa che un volo su quattro in media utilizza petrolio russo. 

Tagliando i voli a corto raggio dove esiste già una alternativa su ferro permetterebbe, chiaramente, un guadagno anche dal punto di vista della crisi climatica. 

“I voli a corto raggio con un’alternativa ferroviaria già esistente – si legge nel comunicato di Greenpeace – producono ogni anno circa 23,4 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. Un terzo delle rotte aeree brevi più trafficate in Europa ha addirittura un collegamento su rotaia di durata inferiore alle sei ore. Negli ultimi decenni l’aviazione è stata la fonte di emissioni di gas serra in più rapida crescita in Europa e, se non verranno intraprese misure immediate, il settore prevede di tornare ai livelli pre-Covid entro il 2024, con un raddoppio del traffico aereo a livello globale entro il 2037 e un conseguente aumento dei consumi di petrolio”.  

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La guerra dell’energia

Soluzioni di questo tipo diventeranno probabilmente necessarie vista la dipendenza dell’Italia (e dell’Europa intera) dalle fondi di energia russe che sono al centro di una guerra parallela.

Per rispondere alle azioni russe in Ucraina, diversi attori internazionali vogliono mettere a bando le importazioni di petrolio e gas russo.

I primi sono gli Stati Uniti (con effetto immediato). Poi arriverà la Gran Bretagna entro fine anno e l’Unione Europea ha annunciato di voler ridurre sempre di più la dipendenza da Mosca da qui al 2030.

Intanto, l’italiana Eni ha annunciato di aver sospeso la stipula di nuovi contratti relativi all’approvvigionamento di petrolio e prodotti petroliferi dalla Russia.

L’azienda, dunque, non interromperà i contratti e le forniture in corso, ma non saranno sottoscritti nuovi contratti per gli anni a venire.

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