Per risparmiare sulla bolletta elettrica e del gas, il governo ha deciso di cambiare i limiti della temperatura consentita nei luoghi di lavoro pubblici: un grado in più d’estate e uno in meno d’inverno

La guerra in Ucraina va avanti, le tensioni tra occidente e Russia pure. Sul fronte energetico, dunque, tocca correre ai ripari. Sebbene il governo continui a ribadire che la situazione è sotto controllo, alcuni piccoli, deboli passi verso l’austerity energetica sono stati già fatti.

Con il voto favorevole in commissione alla Camera di un decreto ad hoc, il governo ha ottenuto di rivedere i limiti delle temperature permesse all’interno degli uffici pubblici sia d’estate che d’inverno. Una modifica di un grado delle temperature consentite rispetto a quelli previsti precedentemente.

In pratica, d’estate negli uffici pubblici l’aria condizionata dovrà essere impostata a 27 gradi (con una tolleranza fino a 25) mentre d’inverno la temperatura consentita sarà di 19 (con una tolleranza fino a 21). Insomma, un grado in più d’estate e uno in meno d’inverno rispetto a quanto previsto fino a ieri.

La nuova regola si applicherà soltanto negli uffici pubblici (tranne ospedali e case di cura) ma non è da escludere che in futuro possa essere estesa anche ai luoghi di lavoro privati.

Dunque la domanda che Mario Draghi aveva posto al suo governo e all’intero Paese qualche giorno fa“Preferiamo la pace o stare con il condizionatore acceso?” – più che una domanda retorica potrebbe presto trasformarsi in un programma di governo della crisi energetica.

Le sanzioni europee contro Mosca: carbone sì, gas (per ora) no

Con l’approvazione da parte di Bruxelles del quinto pacchetto di sanzioni contro la Russia, l’Europa ha deciso di colpire il Cremlino anche sul settore energetico, seppur tiepidamente.

Con la nuova tranche di sanzioni, infatti, l’Unione europea dice addio al carbone proveniente dalla Russia. Un addio lento, perché la Germania ha chiesto (e ottenuto) una fase intermedia di quattro mesi per ricalibrare le proprie necessità e gli approvvigionamenti.

Restano fuori dalle sanzioni petrolio e gas. Perché se è vero che rinunciarvi metterebbe in crisi economica Mosca, è vero anche che farebbe entrare l’Europa (alcuni Paesi – come Italia e Germania – più che altri) in una crisi energetica di dimensioni mai viste.

Di sanzioni su petrolio e gas se ne parlerà lunedì prossimo al Consiglio europeo dei ministri degli esteri a Lussemburgo. Ma intanto il Parlamento europeo ha approvato a larghissima maggioranza (513 voti favorevoli, 22 contrari e 19 astenuti) una risoluzione con cui chiede agli stati membri di dire addio a tutti i combustibili provenienti da Mosca: carbone, petrolio, gas e combustibili nucleari. 

Una risoluzione che non comporta alcun obbligo per i Paesi membri dell’Ue ma che i governi nazionali non potranno non prendere in considerazione quando si tratterà di decidere il da farsi.

Il fatto è che rinunciare ai condizionatori o abbassare di uno o due gradi i riscaldamenti d’inverno non basta. Se davvero verrà alzato un muro tra Mosca e Bruxelles sul fronte delle energie, i sacrifici che gli europei saranno chiamati a fare saranno tanti.

I governi nazionali sono alla ricerca frenetica di alternative al gas russo. Ma per implementare le energie rinnovabili servono tempi medio-lunghi (si doveva fare ben prima e a prescindere dall’inizio della guerra in Ucraina) e per portare il gas da una parte all’altra del mondo (ed evitare la Russia) ci vogliono infrastrutture che al momento non sono pienamente in funzione.

Draghi al Copasir: “Siamo pronti a fare a meno del gas russo”

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