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Glifosato, nei ratti è tossico ma per le generazioni successive

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Glifosato, nei ratti è tossico, ma per le generazioni successive a quella esposta. Si chiama “tossicologia generazionale”, a rivelarlo uno studio della Washington State University, condotto sui ratti in gravidanza. Patologie all’apparato riproduttivo, obesità e aborti spontanei nei nati della 2ª e 3ª generazione. Nell’uomo era stato riconosciuto come fattore determinante del linfoma non-Hodgkin dai giudici, la scienza è incerta.

L’esposizione al glifosato, sostanza usata per combattere le erbe infestanti e riconosciuta come fattore determinante nell’insorgere del linfoma non Hodgkin, nei ratti provoca il fenomeno della “tossicologia generazionale“. Cioè si rivela tossico, provocando gravi patologie, non per gli esemplari direttamente esposti, ma per quelli della seconda e della terza generazione che da questi discendono. E’ il risultato di uno studio dell’ Università di Washington State, pubblicato dalla rivista Scientific Reports.

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I ricercatori hanno esposto dei ratti in gravidanza a una dose pari a metà del minimo considerato innocuo, e la prima generazione nata non ha mostrato segni di problemi di salute.
Nella seconda  generazione  si è verificato un “drammatico aumento” di patologie relative all’apparato riproduttivo: patologie ai testicoli per i maschie e alle ovaie e alle ghiandole mammarie, per le femmine, oltre che obesità.  Più di un terzo delle mamme di seconda generazione, inoltre, ha avuto aborti spontanei.
Nella terza generazione, si è riscontrato poi un aumento del 30% delle patologie prostatiche, mentre il 40% delle femmine di terza generazione ha mostrato un aumento delle malattie renali.

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“Il fenomeno è chiamato ‘tossicologia  generazionale‘”,  e come ha spiegato Michael Skinner, uno degli autori dello studio, è stato osservato anche in relazione ad altre sostanze quali fungicidi, pesticidi, bisfenolo A, il repellente per  insetti Deet e l’erbicida atrazina. “La causa sta nei cambiamenti epigenetici che ‘spengono e accendono’ geni”.

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E’ stato stimato che dal 1974 nel mondo siano stati usati 8,6 miliardi i chilogrammi di erbicidi a base di glifosato. Nel 2015 l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) lo ha classificato come “probabile cancerogeno per l’uomo”. Per l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) è invece improbabile che il glifosato rappresenti “un pericolo cancerogeno per l’uomo”; mentre l’Agenzia europea per la chimica (Echa) ha affermato che “le evidenze scientifiche disponibili non soddisfano i criteri necessari per classificare il glifosato come cancerogeno, mutageno o tossico per la riproduzione”. È attualmente in corso una valutazione del glifosato da parte dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente (Epa).

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Di fatto, però i tribunali americani, lo hanno riconosciuto per due volte come responsabile del linfoma non Hodgkin, condannando la multinazionale Monsanto, ora appartenente alla Bayer, che per decenni lo ha impiegato nella produzione dell’erbicida Roundup.  Del linfoma si sono ammalati  Edwin Hardeman e Dewayne Johnson, lungamente esposti alla sostanza, avendola impiegata nel loro lavoro. La Monsanto è stata condannata a risarcirli rispettivamente con 80 e 78,5 milioni di dollari.

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