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Giappone, il dilemma del nucleare a nove anni da Fukushima

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Nove anni dopo il disastro di Fukushima, il Giappone non è ancora libero dal nucleare. Shinzo Abe vorrebbe rilanciarlo per aumentare la produzione energetica ma l’opinione pubblica si oppone.

Sul finire del decennio che ha visto il Giappone devastato dallo tsunami che ha innescato un disastro nella centrale nucleare di Fukushima, per il paese del Sol Levante appare improbabile un ritorno all’energia nucleare. Nei nove anni a seguito del peggior disastro nucleare dai tempi di Chernobyl, la dipendenza del Giappone dall’energia nucleare è scesa tra il 3 e il 5%, da circa il 30% prima del disastro secondo Citizens Nuclear Information Center.

Nonostante il periodo di incertezza a seguito dell’incidente, il paese ha dimostrato di poter andare avanti senza il nucleare. L’opinione pubblica si è trasformata dopo il disastro e con l’aumento dei costi derivanti dal dover rispettare le nuove norme di sicurezza, è improbabile che l’industria del nucleare torni ai livelli del passato, nonostante il governo sostenga che entro il 2030 il nucleare tornerà a fornire il 20% dell’energia giapponese.

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Hajime Matsukubo, segretario generale di Citizens Nuclear Information Center ha spiegato “Ovviamente è difficile raggiungere quest’obiettivo. L’opinione pubblica giapponese è cambiata dopo Fukushima Daiichi”. Citizens Nuclear Information Center è nata nel 1975 dalle preoccupazioni degli scienziati atomici che si sono riuniti per pubblicare le informazioni sul nucleare e aumentare la consapevolezza dei giapponesi sul tema. Secondo lui in questo momento anche alle persone che non sono esperte sul tema, se venisse chiesta la propria opinione sul nucleare direbbero “no”.

Prima di Fukushima, il Giappone aveva 54 reattori nucleari operativi, che per un breve periodo vennero spenti dopo l’incidente. Da allora nove sono stati riattivati e il governo sta considerando di riattivarne altri dodici secondo il Ministero dell’economia, commercio e industria. Nell’ultimo mese, è stata data l’approvazione iniziale per riattivare un reattore vicino all’epicentro del terremoto del 2011. Un secondo reattore potrebbe ripartire alla centrale nucleare di Onagawa il prossimo anno. Onagawa è stata colpita dallo tsunami ma per fortuna venne evitata la fusione del reattore come a Fukushima.

A causa della conformazione geografica, il Giappone è costretto ad importare quasi del tutto petrolio e altri gas naturali. Sottolineando questa dipendenza, nel 2016 il Primo Ministro Shinzo Abe ha spiegato che la nazione non potrebbe andare avanti senza il nucleare. Ma il ministro dell’ambiente Shinjiro Koizumi, figlio dell’ex primo ministro Junichiero Koizumi, ha spiegato a settembre che il paese ha bisogno di liberarsi dall’atomo: “Saremo condannati se dovesse accadere un altro incidente”. Sul quotidiano Mainichi Shimbum è stato pubblicato un editoriale che sostiene che da Fukushima in poi sono stati spesi circa 45 miliardi di dollari per mettere in sicurezza le centrali: “Dal momento che i costi aumentano, sta diventando estremamente difficile e quasi ridicolo che il governo e le compagnie continuino a sostenere che l’energia nucleare è economica. Più il livello di sicurezza degli impianti aumenta, più aumentano i costi. Dobbiamo chiederci: è realistico continuare con questa politica? Non possiamo che sostenere che la risposta in realtà sia: no”.

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Il Giappone ha mostrato chiaramente di poter andare avanti senza energia nucleare ma il cambiamento ha un costo: un aumento della dipendenza dai combustibili fossili come carbone, petrolio e gas. E dal momento che le preoccupazioni sui cambiamenti climatici aumentano questo attira l’attenzione internazionale. “Sono consapevole delle sfide create dal disastro di Fukushima alla rete elettrica giapponese” ha spiegato Paul Simpson, CEO di CDP, una compagnia che aiuta gli investitori, le impresi e i governi a ridurre le impronte di carbonio. Simpson ha spiegato ad un evento a Tokyo che il carbone non può essere più considerate un’opzione e I paesi che ancora dipendono da questi devono cercare alternative, citando il piano della Germania per eliminare l’utilizzo del carbone entro il 2040. “Il Giappone deve trovare una nuova soluzione. So che è una sfida difficile ma il carbone non può essere la soluzione, da un punto di vista ambientale ma anche per l’inquinamento dell’aria”.

Secondo Matsukubo circa il 30% dell’energia elettrica giapponese viene dal carbone e il 43% dai gas. E il governo ha progettato nuove centrali a carbone a seguito di Fukushima. “E’ un disastro” ha spiegato Matsukubo. Secondo Simpson il Giappone è indietro nel campo delle rinnovabili, nonostante le promesse del governo di aumentare l’utilizzo di energie alternative entro il 2030. Il Giappone è sempre stato ambivalente sul tema del nucleare essendo l’unico paese ad aver subito un bombardamento nel 1945. Papa Francesco ha visitato il Giappone a novembre e la sua condanna alle armi nucleari non è stata una sorpresa. Il pontefice, il primo a visitare il Giappone dal 1981, è andato avanti condannando l’intera energia atomica: “Ho un’opinione personale. Non userei mai l’energia atomica fin quando non verrà considerate totalmente sicura”.

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Alexander Brown, che ha studiato il movimento di protesta anti nucleare in Giappone, ha spiegato che il paese ha supportato l’energia nucleare per così tanto tempo che si è sviluppato un senso di inerzia nonostante l’opposizione nata dal disastro del 2011. “Esiste una sorta di limite nel tempo su quanto l’industria giapponese possa continuare in questo modo” ha detto Brown, ricercatore alla Japan Women’s University. Brown inoltre enfatizzato che l’opposizione dei giapponesi al nucleare ha coinciso con un cambiamento nell’energia domestica; minor produzione industriale e allo stesso tempo minor necessità di energia che in passato. “Come hanno fatto ad andare avanti? Il primo motivo è l’aumento dell’utilizzo dei combustibili fossili ma un altro è che esiste meno domanda di energia rispetto al passato per la produzione manifatturiera”.

 

Brown la definisce una “scomoda verità” per gran parte dell’establishment giapponese tra cui il primo ministro e il suo programma di rivitalizzazione dell’economia: “Penso che una delle cose fantastiche quando osservo il movimento anti-nucleare è che è pieno di persone che cercano alternative al modo in cui si può vivere. Come possiamo andare oltre i nuovi valori del consumismo, dell’inquinamento e del lavoro eccessivo e guardare a cose come la decrescita economica”.

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