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Carovana dei Ghiacciai, Legambiente: forte regressione su 12 ghiacciai monitorati

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Ghiacciai alpini in forte sofferenza, alcuni già quasi estinti, e che con il progressivo riscaldamento climatico, pur in presenza di fattori favorevoli come ad esempio una limitata esposizione all’irradiazione, nel giro dei prossimi decenni sono destinati a scomparire del tutto, a partire da quelli sotto i 3000 metri.

È quanto emerge in sintesi dagli studi fatti fino ad ora e osservati durante la prima edizione di Carovana dei ghiacciai, la campagna di Legambiente con il supporto del Comitato Glaciologico Italiano (CGI), e con partner principale Sammontana e partner sostenitore FRoSTA, che dal 17 agosto al 4 settembre ha monitorato in sei tappe lo stato di salute di alcuni tra i più importanti ghiacciai alpini minacciati in primis dalla crisi climatica.

Dodici quelli monitorati, differenti per dimensioni, tipologia e reattività ai cambiamenti climatici: il ghiacciaio del Miage in Valle D’Aosta, Indren, Bors, Locce Sud, Piode, Sesia-Vigne sul Monte Rosa fra Piemonte e Valle d’Aosta, i ghiacciai Sforzellina e Forni in Lombardia, Marmolada in Veneto-Trentino Alto Adige, Fradusta in Trentino Alto Adige, Travignolo e Montasio in Friuli Venezia Giulia. Su tutti è stato registrato un regresso della fronte glaciale o una diminuzione del volume di ghiaccio, e in diversi casi anche consistenti affioramenti di rocce.

Il ghiacciaio della Marmolada sta morendo: potrebbe scomparire nei prossimi 20/30 anni

Tra i ghiacciai monitorati, quello in maggiore sofferenza è il Fradusta, la cui superficie si è ridotta di oltre il 95% tra il 1888 e il 2014, passando dai 150 ettari dell’altopiano glaciale del 1888 agli attuali 3 ettari.

La drastica riduzione dell’area e le caratteristiche morfologiche osservate su questo piccolo ghiacciaio dolomitico possono essere considerate evidenze della “agonia di un ghiacciaio”.

Sul ghiacciaio Forni, oltre all’aumento della copertura detritica, è stato riscontrato il fenomeno del black carbon, con tracce di microplastiche e di vari inquinanti che, come su tutti i ghiacciai del pianeta, è un altro lampante segnale della presenza dell’impatto antropico anche nelle regioni di alta quota e più remote della terra.

Il ghiacciaio del Montasio è risultato il più “resiliente” delle Alpi orientali in quanto, nonostante sia il più basso in quota delle Alpi, riesce a sopravvivere, reso forte dalla sua particolare collocazione: le sovrastanti pareti dello Jôf di Montasio ombreggiano il ghiacciaio e sono caratterizzate da una conformazione ad imbuto che lo alimentano con accumuli di neve conseguenza di eventi valanghivi.

Dati, quelli emersi da Carovana dei Ghiacciai, che indicano per Legambiente l’urgenza di mettere in campo misure e politiche ambiziose sul clima per arrivare a emissioni di gas ad effetto serra nette pari a zero al 2040, in coerenza con l’Accordo di Parigi.

“I dati raccolti con la Carovana dei Ghiacciai – spiega Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente – ci dimostrano, se ancora ce ne fosse bisogno, che il cambiamento climatico si sta manifestando in tutta la sua evidenza. I ghiacciai monitorati durante la campagna non sono che una spia di fenomeni che si stanno verificando a scala molto più vasta. A partire dalle conseguenze a valle, su risorse idriche, erosione del suolo o fenomeni di dissesto. La montagna, quindi, è sempre di più chiamata ad assumere il ruolo di sentinella dei cambiamenti climatici”.

Il ghiacciaio della Sforzellina perde 1mt l’anno. Dal 1925 si è ritirato di 500 metri

Il tempo di agire è adesso – aggiunge Zampetti – se non vogliamo che questi fenomeni diventino irreversibili, questo l’appello che rivolgiamo al Governo. Occorrono infatti articolati e approfonditi piani di adattamento, declinazioni territoriali di un buon Piano di adattamento nazionale che auspichiamo venga adottato al più presto e, in un momento in ci si stanno definendo investimenti e strategie che riguarderanno i prossimi anni, ci aspettiamo misure e politiche ambiziose, concrete ed efficaci sul clima.”

Legambiente inoltre ricorda che oggi la montagna può assumere nuovi significati e valori, non più come territorio disagiato ma come territorio resiliente poiché capace di fornire risposte concrete alla crisi ambientale a partire a una una ri-centralizzazione della natura oltre che da stili di vita più improntati alla sobrietà”.

“La Carovana dei Ghiacciai ideata e promossa da Legambiente in sinergia con il Comitato Glaciologico Italiano – dichiara Massimo Frezzotti, Presidente del Comitato Glaciologico Italiano – ha contribuito in modo sostanziale a diffondere e sensibilizzare nel nostro Paese la consapevolezza degli effetti del riscaldamento climatico sugli ambienti d’alta quota. Il continuo monitoraggio e studio dei ghiacciai da parte degli operatori glaciologici del Comitato ha dimostrato il valore del metodo scientifico per trasformare la semplice percezione del cambiamento in dati concreti, misure ripetibili e confrontabili, indispensabili per comprendere i cambiamenti in atto e sviluppare adeguate politiche di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici.

“Infatti, senza conoscere le trasformazioni del passato non si possono prevedere e valutare i rischi dei futuri cambiamenti climatici – aggiunge Frezzotti – A partire dal 1914 il Comitato Glaciologico Italiano coordina a livello nazionale la raccolta e l’interpretazione dei dati regionali e locali di quasi 200 ghiacciai, inviandoli annualmente alle reti internazionali di monitoraggio della criosfera. Il tasso attuale di fusione dei ghiacciai indotto dal cambiamento climatico è senza precedenti e la contrazione dei ghiacciai si è notevolmente accelerata a partire dagli anni 80 dello scorso secolo. Le risorse idriche immagazzinate nei ghiacciai nell’arco alpino, una vera e propria “water tower” d’Europa, si stanno progressivamente assottigliando”.

Allarme Legambiente: ghiacciaio del Miage è sprofondato di 30 metri

“È ormai irrinunciabile approfondire le ricerche sulle variazioni dei ghiacciai e sul loro comportamento futuro – conclude  il Presidente del Comitato Glaciologico – per le notevoli implicazioni per la salvaguardia dell’ambiente e dell’economia della regione alpina. Questa attività di grande importanza sociale è ancor oggi effettuata su base volontaria e con scarsissime risorse economiche da parte degli operatori del Comitato, mentre, analogamente alle istituzioni dell’arco alpino, dovrebbero ricevere un adeguato sostegno economico da parte dello Stato/Regioni e fondazioni private.”

Monitoraggio dei 12 ghiacciai. L’elemento centrale di Carovana dei ghiacciai è stata la raccolta di dati su alcuni ghiacciai “simbolo” del cambiamento climatico e ambientale delle Alpi, verificato sul terreno e attraverso il confronto con i dati storici prodotti dal Comitato Glaciologico Italiano che dal 1895 opera in Italia con il compito di promuovere e coordinare le ricerche nel settore della glaciologia.

 

Prima tappa: Miage.

Il più himalaiano dei ghiacciai italiani, la fronte non è arretrata a causa delle sue caratteristiche morfodinamiche; ma lo spessore del ghiaccio si è fortemente assottigliato: dagli anni Novanta ad oggi, si è ridotto di circa trenta metri nel suo settore frontale, quasi un metro l’anno.

Inoltre, sono stati svolti monitoraggi tecnologici (laser scanner e fotogrammetria da drone) sulla falesia di ghiaccio che un tempo incombeva sul Lago del Miage. Essa è arretrata di 10 metri circa e la conca del lago, ora vuota, si approfondisce e si sposta verso valle anno dopo anno.

Rispetto all’inizio del secolo scorso, la copertura detritica del Miage ne ha cambiato le caratteristiche della superficie, facendolo classificare il ghiacciaio da “bianco” a “nero” (“debris covered glacier”) e l’instabilità delle morene laterali, data dalla mancanza di sostegno e la fusione della massa glaciale, ha causato l’abbassamento di oltre sei metri e lo sdoppiamento della sommità della morena.

 

Seconda Tappa: Ghiacciai del Rosa.

Indren. Sono state confrontate le posizioni della fronte rilevate dalle fotografie storiche del 1915 (foto Umberto Monterin) fino al 2012 (foto Paolo Piccini) con la posizione attuale, dimostrando il costante regresso, con una forte accelerazione negli ultimi decenni.

Sullo stesso ghiacciaio, mentre il gruppo escursionistico della Carovana confrontava le immagini storiche con l’attuale configurazione glaciale in panoramica, gli operatori del Comitato Glaciologico Italiano (CGI) hanno svolto un sopralluogo diretto.

Il ghiacciaio non è più percorribile come un tempo, poiché completamente crepacciato; per effettuare i rilievi si è reso necessario transitare da un fianco.

Il proliferare di crepacci variamente orientati e di sempre più ampie finestre rocciose dimostra la sofferenza del ghiacciaio: dovuto a una diminuzione delle precipitazioni nevose e all’aumento della fusione che ne hanno alterato la dinamica glaciale.

Anche il ghiacciaio di Bors è risultato in forte sofferenza, con una buona porzione di ghiaccio già esposto, ovvero privo della copertura nevosa invernale che lo protegge dalla fusione.

Le osservazioni hanno confermato un consistente aumento degli affioramenti rocciosi a quote elevate (3650 m slm circa) fino alla zona di accumulo, ovvero la zona dove la neve dovrebbe conservarsi tutto l’anno, trasformarsi in ghiaccio e così alimentare il ghiacciaio.

Il ghiacciaio Locce sud, ormai ha poco ghiaccio residuo e questo è stato testimoniato dalla modesta quantità di acque del torrente proglaciale, se confrontate con quelli provenienti dai ghiacciai Piode e Sesia-Vigne.

Piode, il ghiacciaio più esteso dei ghiacciai valsesiani, si divide nella parte frontale in due distinti flussi che appaiono sempre più appiattite e annerite dal detrito. Nel 2013, uno dei due flussi si è separato dalla massa centrale diventando una porzione di ghiaccio morto che poi si è disintegrato.

Il ghiacciaio Sesia-Vigne ha evidenziato un regresso lineare della fronte superiore ai 20 metri annui, anche se talvolta mascherato da accumuli nevosi. Proprio nel settore frontale sono state osservate, sia in panoramica che sul posto, le maggiori criticità per la sopravvivenza della massa glaciale, crepacciata e in assottigliamento.

 

Terza tappa: Sforzellina e Forni. 

Una perdita di spessore di circa un metro l’anno e un ingente ritiro di 500 metri tra il 1925 e il 2020 (5 metri l’anno) caratterizzano il ghiacciaio della Sforzellina, mentre il ghiacciaio dei Forni, il secondo più grande in Italia per superficie, riporta un regresso frontale di 2 km negli ultimi 150 anni, passando dai 13,2 km2 di superficie del 1981 agli 11 km2 attuali.

Per quanto riguarda il “ciclo vitale del ghiacciaio”, sulla Sforzellina si rileva che in questi ultimi anni, in conseguenza dei cambiamenti climatici, gli apporti provenienti da valanghe invernali prevalgono su quelli derivanti dalle precipitazioni nevose.

Il ghiacciaio dei Forni, con i suoi 11 km2 è uno dei maggiori ghiacciai italiani, secondo per superficie solo all’Adamello-Mandrone. Classificabile come “ghiacciaio vallivo a bacini composti o confluenti”, è costituito (o meglio era costituito) da tre bacini collettori dai quali scendono altrettante colate con vasti seracchi che confluiscono in una zona centrale, formando un’unica lingua.

In realtà nell’ultimo decennio flussi  provenienti dai bacini superiori si sono sempre più assottigliate e frammentate, tanto che attualmente solo il bacino centrale è in grado di alimentare compiutamente la lingua.

In totale il regresso frontale del ghiacciaio è di circa 2 km negli ultimi 150 anni. La superficie totale del ghiacciaio è passata da 13,2 km2 nel 1981, a 12,9 km2 nel 1991, a 12 km2 nel 2003, a 11,3 km2 nel 2007, a 11,1 km2 attuali.

Gli scenari basati sui modelli glacioclimatici mostrano che, a meno di sensibili quanto improbabili modifiche delle tendenze in corso, a metà secolo il ghiacciaio potrebbe conservare solo il 5-17% del volume di oggi, che si potrebbe ridurre al 5-0% a fine secolo.

Anche questo ghiacciaio sta diventando sempre più scuro negli ultimi anni.

Tuttavia, ciò non è dovuto unicamente all’aumento della copertura detritica. Un altro fenomeno che lo interessa è per l’appunto quello dei black carbon, costituito da polveri derivanti dall’inquinamento atmosferico di origine antropica proveniente da incendi e da inquinanti che arrivano dalla pianura.

Questa componente, al contrario di ciò che avviene per effetto di una copertura detritica di un certo spessore, fa sì che il ghiacciaio fonda più rapidamente.

La presenza di black carbon, di tracce di microplastiche e di vari inquinanti qui, come su tutti i ghiacciai del pianeta, è un altro lampante segnale dell’invadenza dell’impatto antropico sulla terra.

 

Quarta Tappa: Marmolada. 

La storia di questo ghiacciaio si è più volte intersecata con la storia dell’uomo. Dalle prime grandi sfide alpinistiche di fine ottocento sulla Marmolada, alla Grande Guerra con la costruzione della Città di Ghiaccio, alla nascita del lago artificiale di Fedaia per fini energetici e idraulici fino allo sviluppo e infine alla crisi del turismo di massa legato allo sci.

Il ghiacciaio della Marmolada è stato testimone di tutto ciò. Una riduzione del volume maggiore dell’85% avvenuta tra il 1905 ed il 2010 e una diminuzione dello spessore della fronte, dai quasi cinquanta metri dell’inizio del secolo scorso ai pochi metri di oggi, sono i segnali che lasciano presagire la scomparsa del ghiacciaio tra 15 e 30 anni, a seconda dei modelli interpretativi.

 

Quinta Tappa: Fradusta 

La superficie del ghiacciaio si è ridotta di oltre il 95% tra il 1888 e il 2014, passando dai 150 ettari dell’altopiano glaciale del 1888 agli attuali 3 ettari.

La drastica riduzione di area e le caratteristiche morfologiche osservate sulla Fradusta questo piccolo ghiacciaio dolomitico possono essere considerate evidenze della “agonia di un ghiacciaio”.

Proprio la divisione del ghiacciaio per mezzo di superfici rocciose ha portato alla totale scomparsa, nella porzione inferiore, dei fenomeni di attività e di alimentazione, complice anche la sfavorevole esposizione e la bassa quota.

Una riduzione inferiore investe il ghiacciaio del Travignolo che passa dai 30 ettari di fine Ottocento ai 15 attuali, ma anch’esso è vittima di un profondo cambiamento morfologico.

Il confronto di immagini storiche ha mostrato la scomparsa di una falesia di ghiaccio alta decine di metri che sovrastava un dosso roccioso, attualmente isolato al centro del vallone, mentre un tempo essa divideva il ghiacciaio in due lobi.

 

Sesta Tappa: Montasio

Con una quota minima di circa 1950 m slm, il Ghiacciaio Occidentale del Montasio, è il più basso dell’arco alpino.

La sua riduzione di 34 metri di spessore rispetto agli anni 80’ indica una perdita media di almeno un metro l’anno; lo spessore medio è passato dai 15 metri del 2013 agli attuali dieci metri.

Un bilancio che, tra il 2016 e il 2019, risulta comunque meno negativo rispetto alla gran parte dei ghiacciai alpini in virtù delle sovrastanti pareti dello Jôf di Montasio che ombreggiano il ghiacciaio e sono caratterizzate da una conformazione ad imbuto che lo alimentano con accumuli di neve conseguenza di eventi valanghivi.

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