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Funghi, batteri ed enzimi mangiaplastica: una soluzione possibile anche a livello industriale?

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Funghi, batteri ed enzimi capaci di mangiare la plastica: più che il futuro, è già il presente. Ma la soluzione è possibile a livello ‘macro’ e industriale?

Funghi, batteri ed enzimi capaci di mangiare e, quindi, di smaltire la plastica, a cominciare dai rifiuti. Sembra fantascienza, ma è la realtà del presente, grazie ad una serie di progetti scientifici in tutto il mondo, Italia compresa. Resta da capire se una simile tecnologia si applicabile a livello ‘macro’ e industriale. La BBC riporta la testimonianza della dottoressa Samantha Jenkins, una biologa inglese che lavora per l’azienda biotecnologica Biohm. “Abbiamo scoperto, praticamente per caso, che un fungo era in grado di mangiare lo stesso involucro di plastica che conteneva la sua coltura” – spiega la biologa – “Eravamo partiti dal voler studiare il comportamento dei funghi per realizzare pannelli isolanti ‘bio’ e siamo finiti a percorrere una strada completamente diversa“.

La plastica che produciamo, consumiamo e gettiamo, come ormai è noto, è troppo superiore rispetto a quella che riusciamo a riciclare a livello globale. Ci sono poi dei problemi oggettivi per quanto riguarda il riciclo, che diventa molto complicato, ad esempio, nel caso del polietilene tereftalato (PET), estremamente utilizzato a livello industriale ma difficile da smaltire. Per questo, la dottoressa Jenkins e il suo team stanno testando i funghi sul polietilene e sul poliuretano: “I funghi mangiano la plastica, si riproducono e dai funghi possiamo ottenere biomateriali, che possiamo utilizzare nell’industria alimentare, in quella dei mangimi per animali e anche per gli antibiotici“.

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In tutto il mondo ci sono esempi di ricerche simili. All’Università di Edimburgo, ad esempio, il batterio E. coli è stato modificato in laboratorio per essere in grado di trasformare l’acido tereftalico (una molecola derivata del polietilene tereftalato) in vanillina tramite una serie di reazioni chimiche. A Lipsia, invece, i ricercatori del Centro ambientale Helmhotz stanno utilizzando un batterio per rompere le molecole del poliuretano, dimezzandone la quantità. Anche in Italia, all’Università di Milano-Bicocca, si stanno testando dei batteri in grado di ‘digerire’ i residui di plastica a base di polietilene presenti nei rifiuti organici.

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Finora, però, si è in fase di studio. Sarà possibile applicare queste tecnologie su larga scala? C’è chi ci sta già provando, come l’azienda francese Carbios, che collabora con grandi multinazionali ed ha da poco annunciato di aver prodotto le prime bottiglie in plastica riciclata, ottenute tramite l’utilizzo di enzimi. Secondo l’ad dell’azienda, Martin Stephan, il metodo permette di riciclare bottiglie in plastica indipendentemente dal loro colore, trasformandole in nuovi prodotti. C’è però un problema: il costo, pari quasi al doppio di quello per realizzare prodotti petrolchimici tradizionali.

 

Il dottor Wolfgang Zimmermann, chimico analitico dell’Università di Lipsia, crede che i risultati della tecnologia dell’azienda francese siano incoraggianti. “Gli enzimi possono essere molto utili perché agiscono in modo specifico, consumano poca energia e non vengono influenzati nella loro attività dalla quantità di prodotto ancora presente nei contenitori“, spiega Zimmermann. Che poi aggiunge: “Un vantaggio degli enzimi è che hanno un’impronta di carbonio molto ridotta e possono essere trovati praticamente ovunque“.

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Non ci sono, però, solo vantaggi. Le bottiglie in PET sono infatti molto resistenti alla degradazione da parte degli enzimi e, come spiega ancora il dottor Zimmermann, “prima di essere smaltite dagli enzimi devono essere pre-trattate attraverso l’uso di una certa quantità di energia per lo scioglimento e l’estrusione del materiale“. Inoltre, questa tecnologia può essere utilizzata solo per una quantità molto ridotta di plastica rispetto a quella che il mondo produce, sotto forma di rifiuti, ogni anno: “Siamo in grado di riciclare solo due tipi specifici di poliesteri, per una quantità inferiore a un quinto dei rifiuti che produciamo ogni anno. C’è ancora molta strada da fare“.
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