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Fauna selvatica, amministrazione e gestione nell’unico master in Europa all’Università Ca’ Foscari di Venezia

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“Il progetto del nostro master nasce da una considerazione: per amministrare la fauna selvatica non sono sufficienti solo competenze in materia biologica, zoologia ed ecologia, ma anche in materia di diritto”. Intervista al prof. Marco Olivi, direttore direttore scientifico del Master in Amministrazione e gestione della fauna selvatica dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. 

La tutela della fauna selvatica e la conservazione della biodiversità richiede scelte fondate su solide basi scientifiche e allo stesso tempo queste scelte devono collocarsi nell’ordinamento giuridico, diventare norme, provvedimenti, piani, programmi. Da questo principio nasce il Master in Amministrazione e gestione della fauna selvatica, dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, un corso unico nel suo genere in Europa. Solo l’università di Harvard ha un ciclo di lezioni simile.

Il master è diretto a creare un professionista capace di far dialogare l’ordine della natura con l’ordine del diritto, come ci spiega il direttore scientifico del Master in Amministrazione e gestione della fauna selvatica, il prof. Marco Olivi.

Il progetto del nostro master nasce da una considerazione: per amministrare la fauna selvatica non sono sufficienti solo competenze in materia biologica, zoologia ed ecologia, ma anche in materia di diritto. Ogni decisione deve tradursi in leggi e regolamenti. Sono necessarie anche competenze in maniera economica perché ogni decisione ha riflessi in campo economico, basta pensare ai conflitti tra certe specie di fauna selvatica e agli interesse degli agricoltori. -spiega a TeleAmbiente il prof. Olivi –  Ma anche competenze in materia di etica necessaria per decisioni come abbattere animali selvatici. Il master quindi è modulato su cicli di lezioni che riguardano la biologia, l’ecologia, la zoologia, il diritto e l’etica”.

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Quando si parla di fauna selvatica non riguarda solo la conservazione ma anche la gestione. Ci sono specie a rischio ma anche specie troppo numerose che possono costituire un problema. “Pensiamo al tema dei cinghiali e ai danni che possono fare all’agricoltura, o a certe specie creano un impatto non solo in relazione alle attività dell’uomo ma anche in relazione ad altre specie. – ci spiega il prof. Olivi – Anche i cervi in numero eccessivo eliminano il sottobosco necessario per altre specie”. 

Ma eticamente c’è un momento in cui è giusto uccidere un animale?Quando si pone un problema etico non si può pensare di attribuire un bollino ad un’azione ed affermare che sia etica o meno ma bisogna considerare diversi aspetti che non riguardano solo la specificità della situazione ma anche il modo di porsi di una certa cultura di fronte alle azioni da intraprendere”.

“Se pensiamo alla caccia, un tema che crea dei conflitti enormi e talvolta ideologici, noi notiamo diversi approcci etici. Diverso è quello di chi si pone quello di tutela della specie rispetto a quello di che si pone il problema della tutela del singolo individuo. Se noi ci poniamo nella prospettiva di tutela della specie è etico procedere ad abbattimenti di animali, se questo non compromette la specie o salvaguarda altre specie. Se ci poniamo nella prospettiva dell’individuo, nel tutelare del singolo animale, come titolare di singoli diritti, ecco che l’abbattimento non sarebbe più ammissibile in questa prospettiva“, aggiunge il professore.

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Ci riporta l’esempio del problema degli ibridi lupo-cane per il loro impatto sia in relazione all’attività dell’uomo che alla biodiversità. “La moltiplicazione di ibridi rischia di far perdere il lupo. In questo seno è etico abbattere un ibrido lupo cane o è più etico rinchiuderlo per evitare che rechi danni all’uomo o alla stessa specie lupo”.

E conclude: “A volte non ci sono scelte migliori o più etiche ma dipende dalla prospettiva ma l’importante non è dare questo tipo di risposte, come insegna il nostro master, ma di dare un metodo ai nostri studenti che li consenta di risolvere questi problemi o nuovi che non siamo in grado oggi di immaginare. Il master non deve insegnare delle risposte ma un metodo per giungere a queste risposte“.

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