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Eternit, la fibra killer continua ad uccidere eppure nessuno paga

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Eternit. Finora sono 2500 i morti per la lavorazione della fibra killer lavorata negli stabilimenti Eternit di Casale Monferrato.

A fare male, forse più della malattia è l’ingiustizia.

Sì perché i responsabili della società sapevano eppure niente condanna: la prescrizione ha impedito che fosse fatta giustizia.

“Ho pianto, quel 19 novembre del 2014, non mi vergogno a dirlo – ha detto Bruno Pesce, storico animatore dell’associazione nata a Casale Monferrato –  quando il giudice della Cassazione ha letto la sentenza, ho abbracciato il presidente delle vittime dell’amianto in Belgio e ho pianto”.

“I fazzoletti intrisi delle nostre lacrime metteranno le ali e voleranno lontano per sviluppare profonde radici di giustizia”: così è scritto al centro del parco Eternot, alberi e giochi per bambini sull’area dell’Eternit, la fabbrica della morte.

Le fibre di amianto che continuano a volare nell’aria provocano ancora oggi, a Casale, 50 nuovi malati all’anno di mesotelioma pleurico o peritoneale.

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“Finora i morti sono 5 mila, se si considerano anche i tumori al polmone, alla laringe, all’ovaio, che possono essere causati dall’amianto”, spiega Daniela De Giovanni, che cominciò a occuparsi dei malati dell’Eternit alla fine degli Anni Settanta,appena laureata in medicina del lavoro, e da allora non ha più smesso.

“Nei primi tempi morivano i lavoratori della fabbrica, poi hanno cominciato ad ammalarsi e a morire le mogli, i figli, i cittadini di Casale che con l’Eternit non c’entravano niente, ma respiravano l’aria avvelenata dalla città”.

I vertici dell’azienda sapevano di far lavorare una fibra mortale. Lo sapeva il padrone, il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny.

Ma il primo processo ai suoi manager italiani, nel 1993, per omicidio colposo, si conclude con la prescrizione per tutti. Nel 2005 riapre l’indagine il procuratore Raffaele Guariniello: per disastro doloso.

Il dibattimento inizia nel 2009. Nel 2012, Schmidheiny è condannato a 16 anni di reclusione per “disastro ambientale doloso permanente”e“omissione volontaria di cautele antinfortunistiche”.

È la prima volta al mondo. In appello, l’anno seguente, la pena è aumentata a 18 anni.

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Nel 2014, la Cassazione chiude la vicenda con la prescrizione: stabilisce che decorre dal momento in cui cessa la condotta, dunque con la chiusura dello stabilimento, avvenuta nel 1986.

Per il reato di disastro, la prescrizione scatta dopo 15 anni, dunque – dice la suprema corte – già nel 2001, addirittura prima dell’inizio del primo grado.

“Sarebbe scattata anche se fosse stata già in vigore la riforma Bonafede che sospende la prescrizione dopo il primo grado”.

A dirlo è Paolo Liedholm, avvocato, nipote del campione del Milan Niels Liedholm e figlio di Gabriella, morta nel 2008 per un mesotelioma pleurico causato dalla polvere di amianto.

“Io credo che una forma di prescrizione debba essere mantenuta, perché non possiamo tenere i cittadini imputati a vita. Ma nel processo Eternit è stata causata da una scelta discutibile della Cassazione: i giudici di
primo grado e d’appello hanno ritenuto che il reato continui con la dispersione delle fibre nell’aria; la Suprema corte ha fatto invece valere un’interpretazione molto, molto discutibile, secondo cui con la chiusura della fabbrica il reato cessa”.

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Ma a chiedere troppo che lo Stato tuteli le vittime?”, si chiede Pesce. “Smettiamo di chiamarla giustizia, chiamiamola con un altro nome, chiamiamola Filomena. Le malattie dell’amianto si manifestano dopo 15 anni, anche dopo 30 anni. Ma c’è la prescrizione e noi non possiamo avere giustizia”.

Eppure il disastro è ancora in corso, garantisce la dottoressa De Giovanni: “Dopo la chiusura della fabbrica, l’amianto ha continuato a fare vittime e continua ancora oggi. Il numero dei casi diagnosticati è salito fino agli attuali 50 all’anno, si è stabilizzato e non accenna a diminuire”.

Nicola Pondrano, altra voce storica dei cittadini di Casale che chiedono giustizia, ha lavorato a lungo in Eternit: “Ricordo quei tempi, lavoravo a fianco di Bernardino Zanella, un prete operaio. Respiravamo polvere d’amianto, nessuno diceva niente. Allora mi sono candidato al consiglio di fabbrica, ho cominciato a fare attività sindacale, siamo riusciti a far chiudere quella che è stata chiamata la Chernobyl italiana”.

Nel 2015 Guariniello ci riprova. Apre una nuova inchiesta sulla Eternit, questa volta contestando il reato di omicidio volontario: la prescrizione comincia a correre dalla morte dei malati.

È il processo Eternit-bis. Prima dell’avvio, la Corte costituzionale si deve esprimere sul “ne bis in idem”: non si possono processare le stesse persone due volte per gli stessi fatti, sostengono gli avvocati di Schmidheiny.
Ma il reato è diverso, questa volta è omicidio.

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La Consulta stabilisce il principio generale secondo cui il processo si può fare.

Nel 2016 Guariniello chiede il rinvio a giudizio, ma il giudice dell’udienza preliminare di Torino rinvia soltanto per omicidio colposo: così per molti casi scatta di nuovo la prescrizione.

In più spezzetta il processo in quattro tronconi, uno per ognuna delle quattro sedi della Eternit: Casale Monferrato, Cavagnolo (Torino), Rubiera (Reggio Emilia), Bagnoli (Napoli).

Sorpresa: nel primo troncone, il reato contestato torna omicidio doloso e ora la Corte d’assise di Novara, con la giuria popolare, dovrà decidere su 392 persone morte d’amianto.

Riusciranno le migliaia di famigliari, amici, concittadini delle vittime ad ascoltare finalmente una sentenza, di condanna o d’assoluzione? Riusciranno a riacquistare fiducia nella giustizia?

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