Cultura

ENZO BIAGI, A 10 ANNI DALLA SCOMPARSA

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Di Carlotta Vanni. Enzo Biagi. Il 6 novembre del 2007 ci lasciava a 86 anni Enzo Biagi, emiliano di Lizzano di Belvedere, bolognese d’adozione, straordinario buongustaio di lambrusco e culatello, soprattutto uno dei più grandi giornalisti italiani, tanto amato e apprezzato (dai suoi lettori e da chi lo conobbe) quanto odiato e ostacolato dalla politica.

Una figura scomoda, per alcuni, quella di Biagi soprattutto durante la sua permanenza in Rai prima come direttore del Telegiornale (nel 1961) poi come autore e conduttore di trasmissioni di approfondimento come “Rotocalco  Televisivo” del 1962, “Linea Diretta” del 1985 ed il più discusso “Il Fatto di Enzo Biagi” che andò in onda dal 1995. Nato nel 1920 aderì alla Resistenza ed impossibilitato a combattere, per i suoi problemi fisici, gli venne dato il compito di curare il giornale partigiani (Patrioti) fino a che i tedeschi non gli distrussero la tipografia dove lavorava; il 25 aprile 1945, giorno della Liberazione fu proprio lui ad annunciare dalla radio bolognese la vittoria delle truppe alleate.

“Ho sempre sognato di fare il giornalista, lo scrissi anche in un tema alle medie: lo immaginavo come un ‘vendicatore’ capace di riparare torti e ingiustizie” raccontò in un’intervista. Questa fu proprio una filosofia di vita che lo portò a raccontare, prima sui giornali poi in televisione, gli italiani ed i loro problemi  togliendo spazio ed attenzione alla politica. Una scelta questa che fin dagli anni Sessanta lo fece diventare bersaglio di critiche, quasi sempre velenose, quasi feroci, quasi sempre faziose e che mai lo fermarono.

La politica, almeno quella ufficiale, sia di destra che di sinistra non lo amò mai. E spesso lo abbandonò, augurandogli un destino gramo. Un destino che invece gli fu sempre professionalmente radioso

Famosa ed esemplare fu la definizione di  Mario Scelba, che era stato primo ministro poi travolto da scioperi e manifestazioni di piazza (ai tempi della legge Truffa, 1953)  che, diventato ministro degli Interni del governo varato da Amintore Fanfani lo descrisse come “fazioso e non allineato all’ufficialità” ( 1961).

Scelba, democristiano della destra Dc, pochi mesi dopo dovette dimettersi, anche per le attenzioni giornalistiche che Biagi non gli fece mai mancare. Perché come ebbe a spiegare: “Ero l’uomo sbagliato al posto sbagliato: non sapevo tenere gli equilibri politici, anzi proprio non mi interessavano e non amavo stare al telefono con onorevoli e sottosegretari. Volevo fare un telegiornale in cui ci fosse tutto, che fosse più vicino alla gente, che fosse al servizio del pubblico non al servizio dei politici”.

Un uomo schietto, quindi, che non amava i compromessi petrchè non ne aveva bisogno. Un uomo che aveva nella sua straordinaria professionalità l’arma più grande e assoluta. Il suo era un giornalismo non solo di denuncia, ma soprattutto  dedito al racconto  della vita e della ricerca della verità, anche della “più piccola, perché anche quella, può svelare il tutto”..

Enzo Biagi non poteva ovviamente evitare gli strali di Silvio Berlusconi, quando ormai il giornalista era già considerato una vera icona del giornalismo e dalla cultura italiana. Era il 18 aprile del 2002 e  Berlusconi, presidente del Consiglio, in visita di Stato a Sofia, commentando la recente nomina dei vertici Rai disse di sentirsi sicuro che “la nuova dirigenza non avrebbe più permesso un uso criminoso della televisione pubblica”.

Al nome di Biagi, vennero accomunati Michele Santoro e Daniele Luttazzi, straordinario autore di satira politica. Biagi replicò immediatamente, la sera stessa, nella trasmissione “Il Fatto”, una striscia quotidiana di 5 minuti subito dopo il Tg della sera sul primo canale “Sono ancora convinto che perfino in questa azienda (che come giustamente ricorda è di tutti, e quindi vorrà sentire tutte le opinioni) ci sia ancora spazio per la libertà di stampa; sta scritto – dia un’occhiata – nella Costituzione. Lavoro qui in Rai dal 1961, ed è la prima volta che un Presidente del Consiglio decide il palinsesto. Cari telespettatori, questa potrebbe essere l’ultima puntata del Fatto. Dopo 814 trasmissioni, non è il caso di commemorarci. Eventualmente, è meglio essere cacciati per aver detto qualche verità, che restare a prezzo di certi patteggiamenti”. Da quella dichiarazione passò veramente poco tempo prima che Biagi fu costretto ad abbandonare l’azienda pubblica, nella quale era entrato nel lontano 1961 dopo aver vinto il concorso (uno tra i pochissimi).

Solo nel 2007, poco prima della sua scomparsa, tornò in Rai con la trasmissione “Rotocalco Televisivo” che aprì con la pacatezza ed eleganza che lo rappresentavano.

“Buonasera, scusate se sono un po’ commosso e magari si vede. C’è stato qualche inconveniente tecnico e l’intervallo è durato cinque anni. C’eravamo persi di vista, c’era attorno a me la nebbia della politica e qualcuno ci soffiava dentro… Vi confesso che sono molto felice di ritrovarvi. Dall’ultima volta che ci siamo visti, sono accadute molte cose. Per fortuna, qualcuna è anche finita.”

Grazie, Enzo, per il tuo insegnamento.

 

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