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Energia, strategia Eni: zero emissioni nette dell’upstream e più foreste

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I dati del “Global Energy & CO2 Status Report” della International Energy Agency (IEA) parlano chiaro.

Alla crescita del 2,3% della domanda di energia è corrisposto anche un aumento (pari all’1,7%) delle emissioni globali di CO2.

Quasi un terzo dell’aumento di emissioni climalteranti è imputabile all’entrata in esercizio di nuove centrali a carbone nel continente asiatico.

Nel 2018, il consumo di carbone è cresciuto dello 0,7% rispetto all’anno precedente (in netto contrasto con gli obiettivi della Cop 21 di Parigi: ridurre le emissioni di anidride carbonica del 45% per limitare l’innalzamento della temperatura ben al di sotto dei 2°C).

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Si tratta della crescita più rapida registrata negli ultimi dieci anni.

Ma non è tutto, secondo l’Associazione internazionale dell’energia (Iea), la domanda globale crescerà di circa il 30% al 2040.

È ancora presto per affidarsi alle sole fonti rinnovabili per soddisfare la domanda di energia, anche se lo scorso anno fotovoltaico ed eolico sono cresciuti a due cifre, con il solare che ha registrato un +31% (dati Iea).

La fonte che al momento si presenta più funzionale alle esigenze globali e di produzione di elettricità pulita è il gas, che infatti ha avuto un’impennata del 45%.

In questo scenario complesso si inserisce la strategia di Eni per raggiungere la decarbonizzazione.

Il primo passo sono le zero emissioni nette dell’upstream (esplorazione, perforazione ed estrazione) entro il 2030.

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Ovviamente si tratta di un processo graduale.

Entro il 2025 il gruppo guidato da Claudio Descalzi conta di ridurre di circa il 45% l’intensità emissiva delle attività upstream, di azzerare il flaring di processo (il gas in eccesso estratto insieme al petrolio e bruciato con conseguente produzione di CO2) e di tagliare dell’80% le emissioni fuggitive di metano.

Parallelamente Eni porta avanti progetti di conservazione delle foreste per compensare le emissioni residue.

Le Nazioni Unite hanno delineato lo schema REDD+ (Reducing emissions from deforestation and forest degradation) per combattere la deforestazione e il degrado delle aree boschive nelle aree tropicali, che vivono la perdita maggiore (scompaiono al ritmo di 13 milioni di ettari all’anno, una superficie paragonabile alla Grecia).

In questa direzione, il Cane a sei zampe sta lavorando anche al miglioramento della capacità di stoccaggio naturale di CO2, insieme a piani per lo sviluppo delle comunità locali, con la promozione di attività economiche e sociali per preservare la biodiversità.

Le foreste sono infatti un serbatoio formidabile di carbonio e la loro funzione dipende dal bilancio tra il carbonio assorbito e stoccato dalle piante attraverso la fotosintesi e il carbonio rilasciato attraverso la loro respirazione, decomposizione o nelle attività di deforestazione.

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La causa principale della deforestazione è la conversione in terreni agricoli.

Per questo tra i progetti dello schema REDD+ c’è lo sviluppo delle comunità locali.

Eni si è quindi impegnata a proporre iniziative per incrementare l’accesso all’energia e al clean cooking (sostituendo la cucina sul fuoco«aperto» all’interno delle case, pratica dannosa per la salute e l’ambiente, diffusa nelle aree povere).

Il gruppo di San Donato ha avviato progetti in Paesi come Zambia, Mozambico, Ghana e Messico con l’obiettivo di abbattere entro il 2030 circa 20 milioni di tonnellate all’anno di CO2 equivalente tramite le riforestazioni.

Sempre nell’ambito dei REDD+, Eni ha anche avviato contatti coni governi di Congo, Angola, Indonesia e Vietnam.

In Zambia ha sottoscritto un accordo di acquisizione di crediti di CO2 di lungo termine nel progetto Luangwa e in Ghana ha avviato lo studio per lo sviluppo di un programma REDD+ in partnership coni l governo e con il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, il primo con una compagnia dell’energia.

 

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