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Emissioni CO2, spegnere le webcam durante le riunioni aiuta l’ambiente

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Una ricerca della Purdue University ha rivelato che l’utilizzo di Internet, così come ogni movimento di dati, comporta un consumo di energia ed altre risorse necessarie per alimentare le infrastrutture della rete. Un primo passo è quello di lasciare la webcam spenta per ridurre l’impatto della video call del 96%.

Ridurre le emissioni di CO2  è tanto semplice quanto spegnere la webcam durante le riunioni di lavoro. Nell’anno del covid-19 durante il quale le tecnologie di videoconferenza si sono affermate su larga scala, data la diffusione del coronavirus e la necessità di dedicarsi allo smart working e alla didattica a distanza, arrivano importanti aggiornamenti sull’impatto ambientale di queste nuove abitudini.

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A rivelarlo è uno studio pubblicato pochi giorni fa della Purdue University, in collaborazione con l’Università di Yale e il Massachusetts Institute of Technology. Rinunciare alla diretta video, approfittando solo dell’audio, ha un effetto immediato e benefico in termini di inquinamento. Come già scoperto da Royal Society, anche internet inquina. La necessità di alimentare enormi datacenter remoti, così come l’intera catena di distribuzione della banda, richiede un grande consumo di energia.

Ma basta adottare innocui comportamenti per limitarne fortemente le conseguenze. I ricercatori statunitensi hanno calcolato l’impatto ambientale di un’ora di videoconferenza: si producono circa 1000 grammi di anidride carbonica e si consumano dai 2 ai 12 litri di acqua. Lo studio rivela che, per compensare questo impalpabile ma significativo impatto, dopo ogni chiamata bisognerebbe coltivare una zolla di terra grande quanto un iPad con vegetazioni ad alto assorbimento di CO2.

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Rinunciare allo stream video per privilegiare unicamente la comunicazione audio riduce del 96% il consumo di energia. Infatti, spegnere la webcam quando si comunica con l’ufficio, o accenderla solo quando strettamente necessario, fa bene all’ambiente.

Lo studio della Purdue University ha analizzato, oltre ai livelli di CO2, anche il consumo di acqua e di suolo dovuto alla produzione di risorse necessarie per alimentare le infrastrutture della rete, dando un taglio più olistico alla ricerca. Bisogna infatti considerare come la richiesta di energia non abbia conseguenze solo in termini di CO2, ma anche di acqua ai fini della produzione e del raffreddamento dei data center.

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Inoltre, l’attività di smartworking, didattica a distanza e in generale di surfing online, richiede lo sfruttamento del suolo per la costruzione di impianti che ospitano il cuore pulsante del datacenter. I ricercatori sottolineano l’importanza di estendere l’approccio descritto per le videoconferenze a tutte le abitudini quotidiane che hanno a che fare con il web. Ad esempio, gli esperti hanno stimato una riduzione dell’86% nelle emissioni e nel consumo di acqua se, collegandosi a Netflix oppure a Zoom, l’utente scegliesse la visione in qualità standard anziché in HD o 4K.

Kaveh Madani, uno degli esperti alla base dello studio afferma: “Le banche vi raccontano gli effetti positivi sull’ambiente del rinunciare alla carta, ma nessuno vi racconta i vantaggi dello spegnere la webcam o di ridurre la qualità dello streaming. Di conseguenza, e senza il vostro consenso, queste piattaforme stanno in realtà aumentando il vostro footprint ambientale”. I numeri sono sconvolgenti. Dopo aver calcolato il footprint in termini di CO2, acqua e suolo necessari per garantire un GB di traffico su 12 piattaforme diverse, come YouTube, Zoom, Facebook, Instagram, Twitter e molte altre, i ricercatori hanno stimato che, per compensare tutte queste emissioni, servirebbero 71.600 miglia quadrate di foreste e risorse idriche pari a 300.000 piscine olimpiche. Si tratta di un dato destinato a crescere tristemente nei prossimi anni.

Di Sara Fracassi

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