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La decisione di stoppare gradualmente l’approvvigionamento europeo di petrolio dalla Russia è arrivato in tarda notte dal Consiglio europeo. Ma si tratta di uno stop graduale e non totale.

Alla fine la decisione è arrivata: l’Europa dice stop all’ingresso di petrolio russo nel Vecchio Continente. Più o meno. Quella dell’Unione europea, infatti, è una mezza vittoria perché l’embargo sul petrolio di Mosca non è immediato né totale. 

Si tratta di un atto di forza che comunque si farà sentire nelle tasche del Cremlino ma non è nient’altro che un compromesso tra quanto reso necessario dalle ragioni di guerra e quanto necessario dalle ragioni economiche ed energetiche.

Il (quasi) embargo europeo al petrolio russo

La decisione di dire basta all’acquisto di petrolio russo da parte dell’Europa è arrivata nella tarda notte di ieri attraverso il sesto pacchetto di sanzioni che l’Ue ha approvato dall’inizio della guerra in Ucraina.

Lo stop riguarderà il greggio in arrivo via mare ma non quello che entra in Europa tramite l’oleodotto Druzhba (il cosiddetto Oleodotto dell’Amicizia) dal quale si rifornisce soprattutto l’Ungheria.

Era stato proprio il premier magiaro Viktor Orban a porre, negli scorsi giorni, un veto a uno stop definitivo e totale all’approvvigionamento europeo di petrolio russo.

Nonostante lo stop deciso dall’Unione non sia totale, c’è da scommettere che infliggerà un grosso danno alle casse di Mosca. Ben il 90% del petrolio che la Russia esporta in Europa, infatti, viene dal mare. Dunque Putin potrà contare soltanto sul 10% del greggio fino ad oggi esportato nel Vecchio Continente. E nemmeno tutto, perché Germania e Polonia si sono impegnate a non utilizzare il greggio proveniente dal “tubo” russo.

Lo stop, inoltre, partirà tra sei mesi. Quindi ci sarà tutto il tempo per la Russia di Putin di trovare soluzioni palliative all’embargo e per l’Europa di fare scorta.

Embargo Ue al petrolio russo, la lezione per l’Europa

I termini fin troppo blandi dell’embargo europeo al greggio russo possono essere letti soltanto in chiave di politica energetica. L’Europa, per troppo tempo lentissima nella transizione energetica, oggi dimostra che non esiste alcuna reale alternativa alle fonti di energia inquinanti come il petrolio, il gas e – in alcuni casi – il carbone.

Eppure le alternative, almeno teoricamente, esistono eccome. La crisi internazionale ha messo nero su bianco la necessità del Continente di spingere verso una più forte e veloce transizione alle energie rinnovabili. Avrebbe dovuto farlo ben prima e per ragioni diverse (l’altrettanto preoccupante crisi climatica). Ma meglio tardi che mai.

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