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Ecoforum, Legambiente: “Economia circolare deve essere uno dei pilastri del Recovery Plan”

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Economia circolare. L’economia circolare deve essere uno dei pilastri del Recovery Plan. In questo modo si potrà non solo aiutare il nostro Paese ad uscire da un periodo difficile ma anche a far decollare una delle più importanti eccellenze del nostro Paese. 

È questo, in estrema sintesi, il messaggio che Legambiente, La Nuova Ecologia e Kyoto Club lanciano in occasione della VII edizione dell’Ecoforum, dedicato quest’anno ai mercati dell’economia circolare e realizzato in collaborazione con CONAICONOU e con il patrocinio del ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e della Regione Lazio.

L’Economia circolare è una vera e propria rivoluzione green che può svolgere un ruolo importante nel nuovo contesto di crisi sanitaria ed economica che l’Italia sta attraversando, perché può creare nuova occupazione – fino a milione e mezzo di nuovi posti di lavoro- portare risparmi per le imprese – 600 miliardi ogni anno, e benefici per la qualità dell’ambiente- tra il 2% e il 4% del taglio delle emissioni di gas serra.

“Con il recepimento del pacchetto di direttive europee sull’economia circolare – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – si è definito il contesto in cui occorre muoversi da qui ai prossimi anni. Il raggiungimento, nei tempi previsti, degli obiettivi che l’Europa, e anche l’Italia, si è prefissata avverrà, però, se si faranno i giusti passi per completare al più presto la rivoluzione circolare del Paese e se si inserirà l’economia circolare tra i pilastri del Recovery Plan italiano”.

“Per questo – aggiunge Ciafani – tra gli interventi da mettere in campo per far accelerare l’economia circolare, occorre semplificare di molto la normativa, a partire da quella sull’End of waste, completare l’impiantistica di riciclo, a partire dal centro sud del Paese, e accelerare la creazione di un mercato dei prodotti riciclati, obiettivo ancora oggi disatteso”.

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L’Italia può contare su un importante strumento, quello del Green Public Procurement (GPP).

Circa 170 miliardi di euro di spesa pubblica possono essere orientati verso la sostenibilità.

Oggi il Green Deal europeo vede nel GPP uno strumento indispensabile, e l’Italia è il primo paese in Europa che ha introdotto dal 2016 l’obbligatorietà dei Criteri Ambientali Minimi (CAM) in tutte le gare d’appalto.

Si deve mantenere questo primato e far crescere il numero di comuni, enti di gestione di aree protette, amministrazioni e società pubbliche in generale che devono adottarlo, come è emerso anche dalla presentazione del terzo Rapporto sul Gpp curato all’Osservatorio Appalti verdi, promosso da Legambiente e Fondazione Ecosistemi.

Per farlo occorre un grande progetto per la formazione della pubblica amministrazione e un’attività costante e diffusa di controllo del rispetto dei CAM, definiti dalla normativa vigente.

“La crisi climatica in atto e l’urgenza del rilancio dell’economia – dichiara Francesco Ferrante, vicepresidente di Kyoto Club – ci impongono di scegliere la strada dell’uso efficiente delle risorse e dell’economia circolare. Un’economia che a partire dalla gestione intelligente e integrata dei rifiuti può consentirci anche di creare posti di lavoro e nuova impresa. A patto che si semplifichino norme troppo spesso barocche e che la strada indicata dalla politica sia coerente e non contraddittoria. Da questo punto di vista ennesimo rinvio dell’entrata in vigore della plastic tax di cui si sente parlare, sarebbe una vera sciagura”.

Secondo il nuovo sondaggio ipsos “l’economia circolare in Italia” a cura di Conou, Legambiente, Editoriale Nuova Ecologia presentato nel corso dell’EcoForum, il 76% degli intervistati conosce il concetto di sostenibilità e il 40% i principi alla base dell’economia circolare.

Inoltre, per il 72% degli intervistati il Recovery Fund è importante per un rilancio green dell’economia all’insegna della circolarità, della sostenibilità e della lotta alla crisi climatica.

Per quanto riguarda il ruolo giocato dall’Europa nell’indirizzare l’Italia verso uno sviluppo sostenibile, sia dal punto di vista ambientale che sociale, il 61% dei cittadini intervistati ne riconosce un ruolo importante; mentre il Green Deal europeo è ancora poco conosciuto visto che solo il 42% ne ha un’opinione positiva.

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Dati – spiegano durante il convegno – che confermano la fiducia crescente dei cittadini su questo nuovo modello di economia, anche se dall’altro canto restano le preoccupazioni per i problemi del Paese: l’80% degli intervistati si dice preoccupato a livello nazionale per l’occupazione e l’economia, il 45% per il welfare e il 39% per il funzionamento delle istituzioni (39%).

A livello locale se occupazione ed economia restano le questioni prioritarie da affrontare per il 47% degli intervistati, al secondo posto compaiono l’ambiente (32%) e la mobilità (27%).

Sempre secondo il sondaggio Ipsos, per favorire la diffusione dell’economia circolare, l’83% degli intervistati è disposto ad adottare un comportamento a favore di questa economia.

Il principale contributo che i cittadini sono disposti a fornire riguarda un maggior impegno nello smaltimento dei propri rifiuti(disposti a farlo il 41% degli intervistati), ad accettare prodotti meno belli esteticamente ma non rinunciando alla loro efficacia e performance.

Meno di 2 italiani su 10 sono disposti ad accettare prezzi più elevati.

Nonostante il dichiarato impegno verso la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, c’è però da dire che oltre la metà degli italiani non sembra essere favorevole ad avere un impianto per il riciclo dei materiali ‘vicino’ alla propria abitazione. Parlare di economia circolare significa inoltre parlare anche di ricerca e innovazione.

1 italiano su 2 ritiene che ricerca ed innovazione possano dare un contributo positivo nella transizione verso la sostenibilità e l’economia circolare.

Non saranno però sufficienti se non accompagnate, dal senso civico e dalla consapevolezza di tutti gli attori coinvolti.

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E le aziende come si stanno muovendo?

Esiste un interesse diffuso da parte della maggioranza delle aziende italiane, ma solo 1 azienda su 4 investe in modo convinto in sostenibilità già da tempo.

Altre lo fanno in modo limitato e non strutturato e alcune hanno affrontato il tema solo di recente.

In futuro per il 56% delle aziende l’enfasi crescerà, come gli investimenti in comunicazione.

L’indagine Ipsos ha evidenziato come la metà degli italiani sia oggi consapevole dell’attività di raccolta dell’olio lubrificante usato che avviene in Italia, mentre è ormai residuale il numero di concittadini che pensano che questo rifiuto pericoloso venga disperso nell’ambiente.

Tra coloro che si sono detti consapevoli della raccolta dell’olio minerale usato, oltre un quarto (il 28%) dichiara una stima in linea con la realtà in riferimento alla quantità di rifiuto raccolto, pari al 46% del totale dell’olio immesso al consumo (corrispondente al 99% dell’olio usato raccoglibile).

Dati che confermano l’importanza del lavoro svolto dalla Filiera del CONOU a salvaguardia della natura e della salute, e che evidenziano quanto il rilievo pubblico e la coscienza civica sulla gestione di un rifiuto non certo di uso quotidiano come l’olio lubrificante usato possa essere veicolo di ulteriore sostegno e rilancio alla cultura ambientale e all’economia circolare nel nostro Paese.

“La sfida attuale del nostro Paese è quella di spingere la totalità dell’imprenditoria italiana sul sentiero già percorso da alcune nostre aziende, oggi al vertice europeo nelle prestazioni ambientali, non solo rilanciando questo grande comparto dell’economia italiana, ma anche garantendo regole certe e chiare in grado di promuovere gli investimenti ‘verdi’ e responsabilizzare produttori e consumatori. Sta a noi sapere indirizzare al meglio le risorse che arriveranno dal Recovery Fund europeo che rappresenta un’opportunità immancabile non certo per frenare ma per accelerare il passo della crescita sostenibile, in Italia così come a livello comunitario”-  ha affermato Paolo Tomasi, Presidente del CONOU.

“L’emergenza sanitaria non ha rallentato la filiera del recupero e della valorizzazione dei rifiuti di imballaggio – ha commentato Luca Ruini, presidente CONAI – il sistema ha retto l’urto della pandemia, e ci aspettiamo di chiudere il 2020 con un nuovo aumento dei conferimenti al sistema CONAI rispetto al 2019. Anche per questo una rete di impianti diffusa in modo omogeneo sul territorio nazionale è sempre più urgente: molte aree del Mezzogiorno ne sono prive, e questo gap deve essere colmato in tempi rapidi, anche per non vanificare l’impegno dei cittadini che continuano a differenziare i rifiuti in modo sempre più attento. Auspichiamo che i finanziamenti europei che stanno arrivando per l’economia circolare siano usati anche per risolvere il problema impiantistico. I nostri sforzi devono andare in questa direzione, oltre che in quella della ricerca di nuove tecnologie per il riciclo e della promozione di strumenti per l’eco-design”.

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I numeri dell’economia circolare

Questa nuova economia vale 88 miliardi di euro ed impiega circa 575mila lavoratori, in particolare tra i giovani. Un’economia capace di puntare sul ridurre, riutilizzare, riusare e riciclare per sottrarre i prodotti alle discariche ed entrare a far parte di un modello virtuoso di produzione che limita al massimo lo smaltimento.

In questo l’Italia è diventata in pochi anni il campione europeo dell’economia circolare e dell’efficienza, stando ai dati diffusa dalla Fondazione Symbola vanta infatti la più alta percentuale di riciclo sulla totalità dei rifiuti.

Con il 79% di rifiuti totali avviati a riciclo presenta un’incidenza più che doppia rispetto alla media europea (solo il 38%) e ben superiore rispetto a tutti gli altri grandi Paesi europei: la Francia è al 55%, il Regno Unito al 49%, la Germania al 43% e la Spagna al 37%.

L’Italia inoltre è il primo paese in Europa sull’obbligatorietà dei criteri ambientali minimi.

La sostituzione di materia seconda nell’economia italiana comporta un risparmio annuale pari a 21 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio e a 58 milioni di tonnellate di CO2.Siamo primi tra i grandi Paesi Ue anche per riduzione dei rifiuti: 43,2 tonnellate per milione di euro prodotto: la Spagna ne produce 54,7, la Gran Bretagna 63,7, la Germania 67,4, la Francia 77,4 (media Ue 89,1).

Inoltre per ogni chilogrammo di risorsa consumata il nostro Paese genera, a parità di potere d’acquisto, 3,5 euro di PIL, poco meno della Gran Bretagna (3,7, che ha però un’economia trainata dalla finanza), meglio della media Ue (2,2) e di Spagna (3,1), Francia (2,7) e Germania (2,3).

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