La fast fashion, frutto dell’era del consumismo che stiamo vivendo, continua ad inquinare il pianeta, creando enormi discariche composte da vestiti (anche invenduti). Come quella nel deserto dell’Atacama, in Cile.

La moda che “consumiamo” oggi ha dei ritmi velocissimi, decisamente non sostenibili per il pianeta. Ciò ha portato alla nascita di vere e proprie discariche di vestiti, quella in Cile, nel deserto dell’Atacama, ne è un esempio lampante.

Il costo ambientale della fast fashion

Nonostante l’attenzione nei confronti dell’impatto negativo che l’industria della moda ha sull’ambiente sia aumentata negli ultimi anni, il settore continua a crescere. In particolare quello della fast fashion, la moda veloce, che ha aumentato il flusso dei materiali introdotti nel sistema produttivo. Rispetto al 2000, viene prodotta quasi il doppio della quantità di vestiti. Le aziende di fast fashion sono arrivate a produrre fino a 52 micro-stagioni all’anno, l’equivalente di una nuova collezione a settimana.

L’impatto dell’industria della moda sull’ambiente è molto alto e riguarda vari aspetti, dalle emissioni di CO2 al consumo di acqua all’inquinamento chimico. Infatti, questo settore produce oltre 92 milioni di tonnellate di rifiuti all’anno e consuma più 79 trilioni di litri di acqua (basti pensare che per produrre un paio di jeans occorrono 7.500 litri d’acqua).

Inoltre, la maggior parte dei danni ambientali si verificano nei paesi dove ci sono le produzioni tessili, e dove la maggior parte degli scarti viene incenerita, gettata in discarica o esportata nei paesi in via di sviluppo.

Deserto dell’Atacama, la più grande discarica di vestiti al mondo si trova in Cile

La moda va a morire qui, nel meraviglioso deserto Atacama, attualmente ricoperto da almeno 39mila tonnellate di vestiti. Da diversi anni infatti, il paese sudamericano è diventato il polo internazionale dove confluiscono l’abbigliamento invenduto, gli scarti di produzione e i vestiti di seconda mano prodotti in Cina e Bangladesh.


I vestiti (59mila tonnellate all’anno) passano da Asia, Europa o Stati Uniti, per arrivare al porto di Iquique in Cile ed essere rivenduti in America Latina. Ciò che non può essere venduto, finisce nel deserto più arido del mondo, l’Atacama. Si sono create molte altre dune quindi, ma non sono di sabbia, e non sono nemmeno biodegradabili. Gli indumenti inoltre, sono pieni di coloranti e tossine.

 

Come contrastare il fenomeno della fast fashion e l’impatto che ha sull’ambiente e sulla società

Per evitare di rendere ancora più alte le dune del deserto dell’Atacama, ma anche di far lavorare le persone (anche i minori) in condizioni disumane e nocive per la loro salute, bisognerebbe che la moda rallentasse. Ma in che modo?

I produttori di abbigliamento dovrebbero adottare un approccio più sostenibile sia a livello ambientale che sociale. Infatti, anche dal punto di vista dell’etica del lavoro, c’è ancora molto lavoro da fare, come ha raccontato Marina Spadafora di Fashion Revolution a TeleAmbiente.

I vestiti e gli accessori inoltre, possono avere una seconda vita, attraverso un riciclo creativo degli stessi. Si possono acquistare capi di seconda mano o realizzati in modo sostenibile, con materiali riciclati e biodegradabili. Ma anche comprare meno può dare una mano all’ambiente. Il concetto di fast fashion infatti, ci ha portato a concepire come usa-e-getta anche l’abbigliamento, creando una vera e propria “throw away culture”. Gettiamo via capi utilizzati pochissimo o al primo segno di usura e ne acquistiamo in una quantità maggiore rispetto a quanto davvero sarebbe necessario.

Forse, per rallentare questo fenomeno, sarebbe sufficiente che ognuno di noi si soffermasse qualche istante in più a riflettere prima di acquistare indumenti che indosserà per il tempo di una micro-stagione.

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