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Deforestazione, pubblicato il report sulle 500 multinazionali maggiormente coinvolte

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Global Capony ha stilato la liste delle 500 multinazionali che contribuiscono maggiormente alla deforestazione: tra queste ci sono Amazon, Samsonite e istituzione finanziarie come BlackRock.

Il contributo alla deforestazione del pacco di Amazon che arriva a casa vostra o delle scarpe di Jimmy Choo che acquistate potrebbe essere più grande di quanto pensate; infatti la produzione di pelle, manzo, olio di palma, soia, legname e carta, è responsabile per gran parte della deforestazione in tutto il mondo. Nel suo annuale report Forest 500, l’organizzazione Global Canopy ha stilato le 350 compagnie più influenti che vendono, utilizzano o commerciano queste sei materie prime, insieme alle 150 organizzazioni che le finanziano.

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Molte delle aziende più famose al mondo sono complici della distruzione delle foreste, che intacca la nostra abilità di combattere i cambiamenti climatici” ha spiegato Sarah Rogerson, una delle autrici del report “Stanno chiudendo un occhio sulla deforestazione causata dalla domanda delle merci che utilizzano e non riconoscono pubblicamente la loro responsabilità”. Attraverso informazioni di dominio pubblico, Global Canopy ha stilato la classifica delle compagnie e istituzioni basandosi sul loro approccio, impegno e implementazione di politiche sulla deforestazione, tenendo conto anche dei diritti umani e della parità di genere. Tra le 140 compagnie in ritardo, ossia le compagnie che non stanno prendendo misure per combattere la deforestazione, ci sono Capri Holdings, che rappresenta i brand di Versace, Jimmy Choo e Michael Kors, Tyson Foods, Ashley Furniture, Samsonite e il colosso delle spedizioni Amazon mentre tra le istituzioni finanziarie invece ci sono colossi come BlackRock, Aviva, Fidelity e Vanguard.

Molte persone potrebbe essere sorprese nello scoprire di quanto contribuiscono i loro brand preferiti alla deforestazione dell’Amazzonia e altre foreste”. I prodotti che utilizziamo ogni giorno contengono ingredienti che provengono da filiere non trasparenti. L’olio di palma, spesso proveniente da piantagioni per le quali sono state abbattute enormi aree della foresta pluviale del Sud-est asiatico, viene usato nel cioccolato, nel burro di arachidi e in una miriade di altri prodotti comuni mentre i semi di soia, in gran parte coltivati ​​in Amazzonia, non sono solo trasformati in prodotti familiari come latte di soia e tofu, ma sono anche una delle principali fonti di mangime per bovini, pollame e pesce.

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Al momento è impossibile per i consumatori sapere se i prodotti che acquistano sono legati alla deforestazione” ha spiegato Rachel Parks di Greenhouse PR, l’agenzia che gestice la comunicazione di global Canopy “I consumatori dovrebbero inviare un messaggio chiaro a queste aziende chiedendo azioni concrete per combattere la deforestazione“. Global Canopy ha iniziato a stilare il report Forest 500 nel 2014, a seguito della promessa delle multinazionali di porre fine alla deforestazione come pratica per ottenere le materie prime entro il 2020, impegno preso al Consumer Goods Forum del 2010. Tuttavia la maggior parte di queste aziende non è in grado di rispettare gli impegni presi. “Nonostante alcune compagnie abbiano mostrato la loro volontà nel porre fine alla deforestazione, i progressi fatti sono lenti e dolorosi dimostrano che non possono essere solo i privati a portare avanti i cambiamenti” ha spiegato Rogerson.

Secondo il report 100 compagnie hanno preso l’impegno sulla deforestazione ma non hanno fornito dati sullo status di queste pratiche. Tra queste ci sono Nike, McDonald’s, Yum! Brands, di cui fanno parte KFC, Pizza Hut e Taco Bell, Walmart, Carrefour, e General Mills mentre 75 compagnie tra cui Adidas e Starbucks invece stanno rispettando l’impegno preso solamente per una delle sei materie prime. Il report ha comunque i suoi limiti, utilizzando solamente informazioni che le compagnie pubblicano sui propri siti. Di conseguenza Global Forest non è in grado di valutare i progressi di una compagnia se questa manca di trasparenza. Christopher Stewart, dirigente del colosso agricolo Olam ha commentato: “La traiettoria può essere corretta ma fornisce informazioni inaccurate sulla nostra compagnia, menzionando settori in cui non siamo coinvolti, sussidiarie che non possediamo e raccolti che non coltiviamo. So che anche altri hanno trovato carenti le loro valutazioni. Se GC volesse che il suo rapporto venisse preso in considerazione dalle aziende, dovrebbe essere più serio riguardo alla loro valutazione“.

 

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Un numero di compagnie si sente sempre colpito dai risultati che pubblichiamo. Molte compagnie vogliono comprendere come vengono valutate. Vogliamo incoraggiare le compagnie ad essere più trasparenti su quello che fanno in modo da poterne prendere in considerazione i risultati. Il devastante impatto della deforestazione nelle aree tropicali è evidente a tutti e non ci possono essere più scuse da parte delle compagnie e delle istituzioni. Hanno il dovere di eliminare la deforestazione dalla propria catena di produzione e il fallimento delle scadenze del 2020 dovrebbe spingere i governi e i consumatori ad aumentare la pressione su di loro in modo da costringerli a dimostrare le proprie azioni” ha risposto Rogerson.

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