Territorio

Decarbonizzazione profonda al 2050, un obiettivo possibile?

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Decarbonizzazione. Primo via libera di Bruxelles alla drastica riduzione delle emissioni di gas inquinanti da qui al 2030 (per poi centrare gli obiettivi di decarbonizzazione profonda al 2050) , contenuta nel Piano nazionale energia e clima elaborato dal governo (Pniec).

Per farlo, però, occorre un impegno rilevante: fino a 450 miliardi di euro nello scenario più virtuoso, secondo le stime formulate da Confindustria, tenendo conto del solo sforzo per finanziare tutte le infrastrutture necessarie dal settore civile al terziario, al comparto industriale.

E senza considerare investimenti indispensabili nel settore trasporti (il primo per emissioni di gas serra, pari al 30 %) per avviare programmi di rinnovo del parco autoveicoli leggeri privati verso motorizzazioni più efficienti, che alzano l’asticella a 585 miliardi e che sono un primo tassello degli interventi per la mobilità sostenibile (su cui incide anche tutto il fronte pubblico).

Nel complesso, dunque, un impegno non da poco che deve fare i conti con quattro nodi: dagli impedimenti di carattere economico e tecnologico, agli ostacoli di natura socio-ambientale,

fino ai limiti politici, che ne complicano l’attuazione.

Il nodo dei costi

Un primo ordine di problemi è l’impatto economico, strettamente connesso al tema tecnologico, che chiama in causa, da un lato, lo sforzo legato all’investimento in nuove tecnologie, ancora non sufficientemente competitive nei costi rispetto alle fonti tradizionali, e, dall’altro, la difficoltà delle

aziende – che già sostengono in Italia una spesa per l’approvvigionamento energetico mediamente più alta che nel resto d’Europa -, ad accedere a nuova finanza per sostenere il cambiamento.

Qualche esempio? Tra le opzioni tecnologiche più promettenti per la decarbonizzazione, tanto da essere inserite al terzo posto dall’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) per potenziale di riduzione delle emissioni inquinanti, figurano le soluzioni di cattura e stoccaggio dell’anidride

carbonica (Ccs), ma i costi sono ancora troppo alti per competere con gli impianti fotovoltaici ed eolici: 130 euro per megawattora per una centrale elettrica con Ccs a fronte dei 50 – 60 euro dei secondi, in base al confronto tra quattro tipi di impianti negli Usa contenuto in un recente studio

sulle ricette per la transizione energetica di Federmanager e Aiee (Associazione economisti dell’energia).

Quanto alle rinnovabili, come evidenzia Massimo Beccarello, vicedirettore

per le politiche industriali di Confindustria, «ormai convengono in tutto il mondo. Per il solare le ultime aste in Messico fanno emergere un prezzo pari a 25 euro per megawattora,

la metà di quello italiano a parità di ore di luce delle nostre regioni del Sud.

Inoltre, nel costo di un impianto solo il 30 % è dovuto al pannello, il resto sono opere e tecnologie che è possibile e conviene realizzare in Italia.

Spetta alla politica capire se la differenza di prezzo è un tema di autorizzazioni o di concorrenza e far sì che il 70% dell’investimento sia opportunità di crescita per l’indotto italiano».

Due casi, quindi, che suggeriscono l’esigenza di un contesto normativo autorizzativo di supporto allo sviluppo e all’industrializzazione di tecnologia a basso tenore di carbonio, ma anche la messa a punto di un sistema (quanto più possibile condiviso e armonizzato a livello sovranazionale) di prezzo del carbonio (carbon pricing) per favorire, attraverso meccanismi di mercato, un mix energetico fossile-rinnovabile gradualmente sempre più virtuoso sul fronte emissivo.

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L’effetto Nimby

C’è poi un tema socio-ambientale che rinvia alle resistenze del territorio contro le nuove opere orientate a uno sviluppo più sostenibile. Un fenomeno che investe, come ricorda l’ultima

edizione dell’Osservatorio Nimby Forum che monitora i lavori di pubblica utilità sottoposti a contestazione, soprattutto le infrastrutture energetiche con il 57,4% del dissenso.

E le opposizioni sono dirette in modo preponderante verso gli impianti da rinnovabili (il 74% del comparto) – che, per le particolari dimensioni, sono spesso causa di competizioni nell’uso del suolo -, seguiti dal settore dei rifiuti (il 35,9%) altro snodo chiave per un’economia più verde, e da quello infrastrutturale (5,9%).

A colpire, poi, è il fatto che i primi attori delle battaglie locali non sono i cittadini, ma la politica e gli enti pubblici, che vantano, rispettivamente, il 26,3% e il 25,4% delle opposizioni.

E una simile criticità non rappresenta certo un buon viatico per le nuove infrastrutture energetiche previste dal Pniec che, si stima, avranno una ricaduta pari a 118 mila nuovi occupati annui da qui al 2030.

I vuoti della politica

Quest’ultimo ostacolo riporta la palla nel campo della politica alla quale, certo, spetta definire il percorso, ma che può anche ostacolarne la rapida declinazione.

Non solo per le contraddizioni presenti sul territorio, ma anche per l’assenza, più in generale, di una reale capacità di pianificazione strategica degli investimenti a sostegno di un sistema più “green” nel medio – lungo termine.

Un cambio di passo che deve essere composto da più tessere, a partire da una riforma organica della fiscalità energetica che non può evidentemente limitarsi a singoli interventi spot, di cui pure si discute in questi giorni nell’ambito della messa a punto del “decreto clima”, o a tagli drastici di sussidi a interi comparti già in seria difficoltà.

E che non può prescindere nemmeno dalla definizione di un sistema efficiente di promozione degli investimenti verdi – dando, come detto, anche un prezzo al carbonio – che non ripeta però gli errori compiuti in passato con gli incentivi alle rinnovabili, ma che sappia far nascere una solida filiera nazionale.

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Le autorizzazioni lente

Ci sono, poi, guardando alla politica, almeno altri due nodi.

Manca infatti ancora un serio snellimento dei processi autorizzativi delle infrastrutture energetiche (e non solo) necessarie alla transizione, sovente troppo lunghi e farraginosi, ma anche il completamento del contesto normativo per spingere un altro binario della decarbonizzazione: lo sviluppo dell’economia circolare che sconta una serie di ritardi sul fronte legislativo, a cominciare dall’esigenza di regolare rapidamente il cosidetto “end of waste”, il processo che consente a un rifiuto di trasformarsi in un prodotto, guadagnando una “seconda vita”.

È un fronte che l’Europa ha chiesto ai singoli Stati di disciplinare e che rischia però di restare al palo in un Paese come l’Italia che si è posto target sfidanti, ma che ha bisogno nell’immediato anche di fronteggiare il problema dello smaltimento dei rifiuti.

 

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