Economia

CYBERWAR, LAZARUS SCATENA LA GUERRA IN RETE. BITCOIN TRA GLI OBIETTIVI

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Cyberwar. Tutto ha inizio dal cyber-attacco mondiale WannaCry che ha messo in ginocchio più di 300 mila computer in 150 Paesi. Un attacco che è “costato miliardi” e che potrebbe essere stato lanciato Pyongyang.

L’accusa ovviamente è partita dall’amministrazione Trump, per voce del consigliere per la sicurezza interna del presidente statunitense Tom Bossert, che ha parlato di “prove” concrete. Una svolta investigativa che sarebbe condivisa anche da “altri governi e società private”, d’accordo con gli Usa da quanto ha affermato Bossert.

Un piano architettato made in Nord Corea, definito “con ripercussioni che sono andate oltre il solo impatto economico” ha aggiunto, dato che “il virus ha colpito duramente persino il sistema sanitario inglese, con il rischio di conseguenze su vite umane”.

Ma chi c’è dietro?

Lo ha messo nero su bianco l’agenzia di stampa Reuters, secondo cui con “un livello molto alto di sicurezza”, sul caso WannaCry il dito è da puntare contro il gruppo hacker Lazarus, gruppo che opera proprio per conto del governo della Corea del Nord.

Un gruppo che attacca, viene attaccato ma con una capacità di rimettersi in piedi e di colpire con ulteriore forza. Attivo dal 2009, Lazarus si porta dietro un bagaglio di colpi grossi, che hanno interessato ben 18 Paesi mondiali, tra cui il furto da 81 milioni di dollari alla Banca Centrale del Bangladesh nel 2016.

Ma cosa ci azzecca Bitcoin?

Il malware che sarebbe stato creato da Lazarus, ha fatto il giro del mondo diffondendosi a macchia d’olio tra pc istituzionali, ospedali, servizi pubblici, “criptando” gli hard disk, che sarebbero stati poi liberati dal virus solo sotto pagamento di un riscatto in Bitcoin pari a circa 300 dollari per ogni dispositivo infettato. Un virus che paradossalmente era stato plasmato sullo scheletro di un software creato dalla National security agency che gli si è ritorto contro, finendo in mano al gruppo di hacker.

Indagando proprio sul caso WannaCry, gli informatici di Kaspersky Lab hanno individuato delle somiglianze tra i codici dell’attacco di maggio e quelli usati dal gruppo Lazarus. Ma la svolta decisiva si è avuta quando le indagini hanno portato ad un punto di partenza ben preciso: la Corea del Nord.

Ma è proprio così?

Sulla questione restano una serie di dubbi, perchè se è vero che i criminali potrebbero aver fatto partire l’attacco dal territorio della Corea, nulla vieta che possa essere un piano ben architettato da qualcun altro.

Nel frattempo, le conseguenze sono ricadute su Bitcoin che nella giornata di ieri è crollata in Asia del 15%, nel timore di un cyber attacco alla borsa telematica del Sud Corea, per poi risalire. Timore venuto proprio dalla scoperta di una violazione cyber nel sistema di cambio sudcoreano Youbit, che avrebbe dichiarato l’avvio delle procedure di fallimento.

La Corea del Nord avrebbe “attaccato diverse piattaforme di scambio Bitcoin”, da quanto ha affermato Lee Dong-Geun, esperto in sicurezza informatica della Corea del Sud. Il gruppo di hacker avrebbe puntato infatti tra luglio e agosto quattro piattaforme di scambio, insieme ad altre criptovalute in Corea del Sud. Attacchi che secondo gli esperti continuerebbero a crescere con l’aumento in parallelo del valore di queste monete, soprattutto di Bitcoin.

Un progetto di guadagno in termini di valute elettroniche che fa tornare alla questione nucleare, che le criptomonete potrebbero finanziare essendo volatili e non legate ad alcun istituto finanziario centrale.

Molti dubbi ma poche prove, in un mondo web pieno di lati ancora sconosciuti e inaccessibili.

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